“Commenti&Analisi” Questo dpef è un epitaffio (T.Boeri e M.Bordignon)

21/07/2005
    giovedì 21 luglio 2005

    Pagina 28 – Economia

      Questo dpef è un epitaffio
      adesso si riparte da zero

      Tito Boeri e Massimo Bordignon

        Un Dpef di fine legislatura serve a far il punto su quanto è stato fatto finora e a impegnare il Governo fino al termine del suo mandato. Sul primo punto, il quadro tracciato dal Dpef è deprimente. I quattro anni di Governo Berlusconi hanno visto peggiorare tutti gli indici economici; la crescita del Pil è stata fievolissima, lo 0,5 per cento in media d´anno, fino ad arrestarsi del tutto nel 2005; il paese ha perso competitività e non ha saputo approfittare della forte ripresa dell´economia mondiale dell´ultimo biennio; la quota delle nostre esportazioni a livello mondiale si è ulteriormente ridotta, ed è adesso di circa un punto più bassa che un decennio fa. Problemi che vengono da lontano, ma che il Governo ha fatto ben poco per contrastare. Unico dato positivo, la crescita dell´occupazione, ma pagata a prezzo di ulteriori perdite di competitività e comunque in fase di decelerazione.

        Sul secondo punto, il Dpef appare troppo reticente per impegnare chicchessia. Offre saldi di finanza pubblica finalmente realistici, ma non dice nulla su come intervenire: afferma, giustamente, che il risanamento dei conti può avvenire solo con interventi strutturali sulle spese e che bisogna ridurre evasione e sommerso, ma non prende nessun impegno esplicito in questo senso. Mancano idee in proposito. Sembra di leggere la confessione di chi, arrivato alla fine del suo mandato, ammette che si deve ripartire da zero. E´ un epitaffio questo Dpef.

        C´è poi un problema di credibilità. Le indicazioni provengono da un Governo che si è caratterizzato per una offerta di condoni mai vista, la bozza di Dpef conteneva un secco "no alle una tantum" poi rimosso nel testo finale, e c´è un emendamento della maggioranza al ddl sulla competitività che introduce addirittura un condono previdenziale "in avanti", al 2005. Inoltre, sotto questo Governo la spesa corrente è cresciuta di circa due punti sul Pil e il surplus primario, dopo le revisioni Eurostat, si è ridotto dal 4,5 per cento del 2000 allo 0,6 per cento del 2005, un andamento, come riconosce lo stesso documento, non attribuibile soltanto al ciclo. Ma la cifra vera del documento è il rinvio. L´aggiustamento sarà fatto, ma dal 2006 in poi, cioè dal Governo in carica dopo le elezioni. A bocce ferme, e pur assumendo una crescita a tassi sconosciuti negli ultimi anni (1,5 per cento) per i prossimi cinque, una incomprensibile diminuzione della spesa per il pubblico impiego di 3,5 miliardi nel 2006, tassi sul debito in riduzione e ignorando il dirottamento ai fondi pensione del Tfr dei pubblici dipendenti, siamo destinati a veder crescere il nostro debito pubblico, ridurre il saldo primario a zero, e ad avere un disavanzo vicino al 5 per cento del Pil.

        Il Governo che verrà dovrà perciò lanciarsi da subito in un´operazione di consolidamento strutturale del bilancio tra i due e i tre punti di Pil. Certo, il miglioramento dei conti pubblici può essere ottenuto anche rilanciando la crescita. Alcune delle riforme lasciate ai posteri da questo Dpef possono aiutare. Ma è lo stesso documento a non offrire grandi speranze. Comparando programmatico e tendenziale, si evince che queste riforme pagano, al massimo, uno 0,1-0,2 per cento di Pil. E molte di queste riforme sono costose. Perché mai il prossimo Governo dovrebbe dannarsi l´anima per un misero decimale di Pil in più?

        Ma non è necessario rassegnarsi a un´altra legislatura grigia, di stagnazione e conti pubblici in disordine. Il passato, anche recente, del nostro paese, insegna che le riforme strutturali più importanti sono state attuate proprio nei momenti più difficili, come all´indomani della crisi del 1992. Un vincolo di bilancio che non può essere ammorbidito può essere usato per mettere alle corde chi si oppone alle riforme in nome delle proprie posizioni di rendita. Non è più tempo per gli egoismi; la colpevole indulgenza nei confronti di evasori e rentiers non è più tollerabile, un punto finalmente riconosciuto anche in questo Dpef. Dalle professioni ai servizi, ci sono innumerevoli esempi dove riforme di liberalizzazione, a costo zero, ma di grande impatto sull´economia, potrebbero essere attuate. Un vincolo di bilancio rigido impone di scegliere; invece di una riduzione across the board delle spese pubbliche correnti, si tratta di decidere quali ridurre e quali aumentare. Le spese da aumentare sono quelle che facilitano la necessaria ristrutturazione industriale del paese, come un sistema finalmente moderno di sussidi alla disoccupazione.

        Un vincolo di bilancio rigido, accompagnato da dosi robuste di autonomia, può far molto per aumentare l´efficienza di tutti gli enti collegati al bilancio dello Stato; dalle università, dalla cui ripresa dipende il futuro del paese, alle regioni che devono essere costrette a razionalizzare la sanità e a liberalizzare il commercio, ai comuni che devono riformare i servizi pubblici locali.

          Tratto dal sito "www.lavoce.info"