“Commenti&Analisi” Questione salariale (W.Passerini)

05/11/2003




mercoledì 5 novembre 2003

QUESTIONE SALARIALE

di WALTER PASSERINI
      E così si scopre che il re è nudo e che le tasche degli italiani sono un po’ più vuote. L’indagine sul potere d’acquisto delle retribuzioni realizzata da CorriereLavoro ci rivela un salasso lungo tre anni e 9 mesi, dal 2000 al settembre 2003. E sono coinvolti tutti: piccole e grandi imprese, dirigenti, quadri, impiegati e operai, con perdite che vanno dal 5,5 al 21 per cento. Così scoppia nel nostro Paese «la questione salariale», già chiamata in causa dal gran ballo dell’aumento dei prezzi, che tante polemiche ha suscitato negli ultimi mesi.
      Un tempo il salario era definito «variabile indipendente» (anni ’60-70). Poi divenne «variabile dipendente» (anni ’80-90), e le sue sorti furono legate alla concertazione tra sindacati, governi e organizzazioni imprenditoriali. La concertazione ha di fatto compresso i livelli degli stipendi per un lungo numero di anni, governi di centrosinistra compresi, in cambio dell’ingresso in Europa e della pace sociale. Ma ora, il coperchio non tiene più.
      Nonostante i balletti dell’Istat (che, sia detto per inciso, registra le retribuzioni contrattuali), che ci narrano di stipendi in linea con l’inflazione, le buste paga degli italiani, cioè gli stipendi di fatto, perdono la guerra, almeno da quattro anni.
      Ora, quel che succederà, non è ancora chiaro. Potrebbero partire richieste salariali in quelle aziende che ancora si difendono da una situazione economica certamente difficile. Si riprodurrebbe la solita forbice delle tre Italie, con dipendenti del Centro, del Nord e del Sud a caccia di strategie diverse. Dal settore privato, a macchia di leopardo, potrebbero partire sollecitazioni anche per il settore pubblico e per quei comparti più al riparo dalla congiuntura. E ripartirebbe una «guerra tra poveri», con le roccaforti del sindacalismo industriale e dei servizi lancia in resta a strappare aumenti, e con le fasce delle piccole imprese, dei precari, delle aziende a rischio e dei senza lavoro a subire senza difese i morsi dell’inflazione.
      La «questione salariale», comunque vada, è posta ed è all’ordine del giorno. E può anzi essere un’occasione da cogliere. Per fare chiarezza sui livelli della contrattazione (nazionale, di settore, territoriale e aziendale), sul rapporto tra salari, stipendi e costo del lavoro (troppo alti sono gli oneri sociali), sui salari di produttività (collegando così le retribuzioni all’andamento delle imprese), sulle strutture retributive (salario fisso e variabile), sul salario di ingresso per i giovani, sul salario collettivo e individuale e sulle politiche «del merito».
      Per farlo, occorre un sistema politico che «governi» le retribuzioni, ma anche i prezzi e le relazioni sindacali e industriali. Anche perché, se le retribuzioni sono basse prima o poi calano sia il risparmio che i consumi, con un effetto moltiplicatore negativo su tutta l’economia.