“Commenti&Analisi” Quelle false paure sulla decontribuzione (G.Cazzola)

23/02/2004



        Domenica 22 Febbraio 2004

        ITALIA-POLITICA
        Quelle false paure sulla decontribuzione


        di GIULIANO CAZZOLA

        La "decontribuzione" è destinata a fare la medesima fine della revisione dell’articolo 18. Ambedue le riforme economiche, politicamente forti, del Governo di Centro-destra (una in materia di lavoro, l’altra in campo previdenziale), dopo aver suscitato critiche e opposizioni tanto violente quanto ingiustificate, sono state stralciate dal loro contesto legislativo ed instradate su un binario morto. Ma se nella vicenda dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori venivano in ballo – ad andarle a cercare con la lanterna di Diogene – delle questioni di principio, nel caso della riduzione (fino a cinque punti) dell’aliquota contributiva a favore dei nuovi assunti non si comprendono la ragioni dell’ostilità sindacale. Certo, i problemi non sarebbero mancati; molto più rilevanti, però, sarebbero risultate le convenienze. Cominciamo dai primi. Si è detto che la decontribuzione avrebbe provocato lo sfascio dei conti dell’Inps, a causa del minor gettito che ne sarebbe derivato. La potatura dell’aliquota – è lapalissiano – avrebbe ridotto sicuramente (nell’invarianza delle altre condizioni) il flusso delle entrate per finanziare le prestazioni correnti. Ma tale minor introito avrebbe potuto trovare un’adeguata compensazione nell’incremento dell’occupazione alle dipendenze. In ogni caso, era previsto che le leggi finanziarie facessero fronte, annualmente, alle esigenze del bilancio Inps rispetto alle conseguenze della decontribuzione. Per misurare la reale consistenza di tali esiti, vale la pena di citare testualmente la relazione tecnica al disegno di legge: «La riduzione dell’aliquota di finanziamento produce effetti di onerosità per la finanza pubblica di modesta entità all’inizio, ma crescente nel tempo e strutturalmente, a regime (quando tutti i lavoratori beneficeranno della riduzione contributiva), dell’ordine di 0,5-0,8 punti percentuali di Pil a seconda dell’ipotesi di riduzione dell’aliquota contributiva di finanziamento. Al netto degli effetti fiscali derivanti dalla riduzione del costo del lavoro di cui beneficeranno le imprese – prosegue la relazione – l’onere per la finanza pubblica nel complesso si assesterebbe su 0,3-0,6 punti percentuali di Pil». La medesima relazione ha calcolato, pure, il costo della operazione in cifra assoluta nel primo triennio: 260 milioni di euro (185 milioni al netto degli effetti fiscali) nel primo anno, che sarebbero saliti a 780 milioni di euro (550 milioni al netto degli effetti fiscali) nel terzo anno. Nessuno sottovaluta l’importanza di tale ammontare aggiuntivo a carico del bilancio dello Stato. È arduo sostenere, tuttavia, che si sarebbe trattato della classica goccia che fa traboccare il vaso, dal momento che lo Stato – a integrazione "assistenziale" dei trattamenti pensionistici – verserà all’Inps, nel 2004, la bellezza di 32,8 miliardi, nonché altri 10,5 miliardi come interventi a sostegno delle imprese (sgravi e "sottocontribuzioni" a favore di particolari forme d’impiego). Si pensi che solo per ripianare i deficit del Fondo Fs e dell’ex Inpdai (dirigenti industriali) lo Stato erogherà nel 2004, come del resto ogni anno, rispettivamente 3,4 miliardi e 1 miliardo. Il vero problema della decontribuzione era (e rimane) un altro: cosa sarebbe successo dell’aliquota di computo se si fosse ridotta quella di finanziamento? La delega risolveva il problema affermando che il taglio dell’aliquota dovesse avvenire senza effetti negativi per i trattamenti. E la relazione tecnica precisava che «l’assenza di effetti negativi si intende riferita al trattamento pensionistico pubblico, per cui a seguito della riduzione dell’aliquota di finanziamento non si ha la corrispondente riduzione dell’aliquota di computo». È chiaro che nel lungo periodo si sarebbe determinata una situazione critica per le casse dello Stato (non per le pensioni future, come sostenevano i sindacati). La misura avrebbe potuto essere governata, mediante un’accorta gestione graduale del taglio dell’aliquota, coordinandola con la copertura del divario tra le aliquote di accredito e di finanziamento (come accade in altri casi ai sensi della stessa legge Dini). Dopo gli aspetti problematici (ma non insormontabili) delle decontribuzione, passiamo ad esaminarne le convenienze. La riduzione del costo del lavoro avrebbe favorito l’occupazione (segnatamente quella alle dipendenze e a tempo indeterminato, come prevedeva la delega). Inoltre la decontribuzione avrebbe aperto spazi per politiche salariali più generose. Riducendo, poi, la quota di prelievo obbligatorio si sarebbe determinata una base economica meno asfittica per il finanziamento dei fondi pensione. Infine, si sarebbe compiuto un passo enorme verso la tendenziale armonizzazione delle aliquote per tutte le tipologie di lavoro. Di fronte ad organizzazioni sindacali che – uniche al mondo – si oppongono a una riduzione del costo del lavoro nel timore che essa determini qualche (superabile) problema per l’Inps, può diventare, appunto, quello dell’allineamento delle aliquote l’argomento più forte per impedire che la questione-decontribuzione finisca sul "Cassandra Crossing" dello stralcio. Nel disegno di legge delega si fa riferimento alla «armonizzazione delle aliquote contributive» per le diverse forme di lavoro. Basterebbe rafforzare, nella stesura dell’emendamento, tale principio (l’armonizzazione, infatti, può realizzarsi solo a un livello intermedio tra il 32,7% dei dipendenti e il 19%, a regime, degli autonomi e dei parasubordinati) introducendo il criterio del riallineamento graduale degli oneri per le diverse tipologie di lavoro, limitandone l’applicazione ai soli nuovi occupati nelle rispettive categorie. Altrimenti, come accade adesso, l’aliquota pensionistica continuerà ad essere un iniquo strumento di dumping sociale.