“Commenti&Analisi” Quei referendum boomerang sullo Statuto dei lavoratori – di U.Romagnoli

14/05/2003
           
          MERCOLEDÌ, 14 MAGGIO 2003
           
          Pagina 19 – Commenti
           
          Quei referendum boomerang sullo Statuto dei lavoratori
           
           
           
           
          UMBERTO ROMAGNOLI

          Diciannove. Ventisei. Diciotto. Non è un possibile terno al lotto. Sono i numeri che contrassegnano le disposizioni dello statuto dei lavoratori bersagliate dai comitati referendari con intento prevalentemente demolitorio che si sono avvicendati nell´arco degli ultimi lustri.
          Dico subito che i risultati sono stati nel complesso meno rovinosi di quanto avrebbero potuto essere e che questa è una buona ragione per dubitare della saggezza del legislatore popolare. Non a caso, il più utile dei referendum sullo statuto è stato quello non celebrato.
          Mi riferisco al primo dei referendum promossi per generalizzare l´applicazione dell´articolo 18. Quel referendum è stato più utile promuoverlo che celebrarlo, perché la pressione esercitata dall´imminenza del suo svolgimento indusse il Parlamento – correva l´anno 1990 – a rivedere l´intera disciplina del licenziamento, assecondando in una misura che venne giudicata soddisfacente l´intenzione dei referendari di accorciare la distanza delle tutele tra dipendenti da imprese sotto i 16 e quelli occupati in imprese sopra i 15. (Altrettanto, invece, non può dirsi del referendum del prossimo 15 giugno).
          Peraltro, un giudizio positivo non può certo meritare il legislatore popolare che si pronunciò sotto la suggestione di informazioni falsificanti. Accadde nel 1995, quando la schiacciante maggioranza dei votanti abrogò l´articolo 26 dello statuto nella parte in cui obbligava l´imprenditore ad agevolare l´esazione delle quote sindacali mediante ritenuta retributiva su richiesta del dipendente. È assai più d´un ragionevole dubbio, infatti, che ne sia stata decisa l´abrogazione soprattutto perché si era sparsa la voce che la norma obbligasse il lavoratore a versare al sindacato importi periodici e le trattenute fossero effettuate indipendentemente dalla sua volontà.
          Detto questo, è dato tuttavia supporre che il legislatore popolare sia stato deviato dalla grossolana falsità meno di quanto possa sembrare. Forse, la verità è che la maggioranza volle credere alla bugia. E ciò significa che preesisteva un clima di insofferenza verso gli eccessi di presenzialismo di cui non è esente un sindacato che esibisce la volontà egemonica di rappresentare l´intero, esercitando un potere crescente che tende a debordare nella società e nello Stato. Insomma, l´11 giugno 1995 il legislatore popolare mandò a dire che la venerabile concezione del sindacato come portatore di una promessa di emancipazione sociale stava declinando. Omologato ai gruppi organizzati che perseguono fini privati, il sindacato ridiventava un´associazione privata eguale alle altre e perciò il metodo di autofinanziamento sponsorizzato dalla legge non meritava più approvazione: il suo tempo era passato.
          Al di là delle apparenze, la spartana severità con cui il legislatore popolare si propose di rieducare il sindacato non è inconciliabile con la generosità con cui, lo stesso giorno, lo gratificò riformulando simultaneamente l´articolo 19 dello statuto. Questo gesto infatti non può essere correttamente interpretato se non nel contesto di Tangentopoli, ossia nel pieno di un travolgente ondata populistica gonfiata dall´indignazione nei confronti dell´establishment politico al quale l´immaginario collettivo associava le organizzazioni sindacali più consolidate. Diversamente, si stenterebbe a capire perché il responso delle urne referendarie permise che qualunque sindacato firmatario del contratto collettivo applicato in azienda, anche nel caso-limite in cui fosse l´unico contratto da lui stipulato e dunque il sindacato avesse una "minima" rappresentatività, si appropriasse del cospicuo patrimonio di misure promozionali che il legislatore statutario aveva dispensato prioritariamente ai sindacati affiliati alle confederazioni "maggiormente rappresentative sul piano nazionale". Per un pelo, anzi, non prevalse la risposta ad un ulteriore quesito referendario, sempre sull´articolo 19, favorevole ad ammettere nell´area del privilegio statutario qualunque coalizione comunque organizzata, ammiccando così al riformarsi del brodo primordiale da cui all´inizio del secolo scorso era uscito il sindacato che conosciamo. Bisogna, però, rilevare che il responso vincente – per quanto non sia demenziale quanto quello (fortunatamente) minoritario: la Corte costituzionale ne ha addirittura apprezzato la "razionalità pratica" – non ha ancora dispiegato tutta la sua potenzialità destabilizzante. Infatti, se si condivide l´idea che il sindacato non è altro che un agente contrattuale col compito di tutelare gli interessi specifici, concreti, egoistici dei propri rappresentati; che il baricentro della sua attività è l´impresa e che la sua biografia, il suo pedigree non conta nulla, si spiana la strada all´imprenditore che vuole scegliersi il sindacato che gli fa più comodo.
          Malgrado la sobrietà della mini-storia referendaria della legge di trentatré anni fa, è dato spremerne un paio di indicazioni.
          Ecco la prima: il filo conduttore della vicenda giace confuso tra consensi e dissensi d´impressionante trasversalità. Infatti, si è voluto impallinare questa o quella sua disposizione non tanto perché troppo di sinistra o di destra quanto piuttosto perché la dilatazione (soprattutto) mediatica di certi aspetti dell´esperienza applicativa dello statuto dei lavoratori ne ha alterato più o meno profondamente il senso e la direzione.

          Il secondo elemento di valutazione è il seguente. Non c´è dubbio che il comportamento tenuto dai sindacati storici dopo i messaggi trasmessi dagli esiti referendari l´11 giugno 1995 sia stato del tipo «lo statuto non si tocca». Essi infatti si sono accontentati di constatare che il legislatore popolare non ha lesionato la realtà strutturata che i referendari volevano distruggere proprio perché su di essa i sindacati storici riponevano la fiducia del loro futuro. Ed hanno seguitato a farlo. Alla fine dei conti, la riscossione facilitata delle quote sindacali non è cessata per nessuno dei sindacati firmatari di contratti collettivi che prevedano (come di solito succede) il meccanismo della ritenuta – ma soltanto per costoro – e, quanto ai benefici della legislazione promozionale, non possono fruirne proprio le formazioni sindacali slegate dalle centrali che si ripromettevano di penalizzarle: in genere, i sindacati "autonomi" risultano finora sprovvisti anche del requisito minimo oggi richiesto.
          Come dire che la vittoria dei referendari ha prodotto effetti-boomerang e gli sconfitti hanno ritenuto di essere i veri vincitori. Oltretutto, a partire dalla metà degli anni ’90 si era (ri)cominciato a votare nei luoghi di lavoro, facendo registrare quasi ovunque un´altissima affluenza alle urne che assegnava successi di dimensioni pressoché plebiscitarie alle liste presentate dal sindacalismo confederale per eleggere Rsu.
          Tuttavia, la reiterazione di consultazioni referendarie sulla normativa statutaria non era un fastidioso incidente di percorso e il loro esito complessivo è stato un´apocalisse nel senso etimologico del termine: in greco, apocalisse significa rivelazione di cose nascoste. La più importante delle quali è che, per il sindacato più fedele alla tradizione, quest´ultima non è più soltanto una risorsa: potrebbe diventare un problema.


          (L´autore è ordinario di Diritto del lavoro
          all´Università di Bologna)