“Commenti&Analisi” Quanto costa la perdita d’immagine (M.Deaglio)

23/09/2005

    venerdì 23 settembre 2005

    Quanto costa
    la perdita
    d’immagine

      Mario Deaglio

        E’ miope, colpevolmente miope, considerare la crisi, che sta scuotendo governo e classe politica con le dimissioni del ministro Siniscalco, determinata soprattutto da scontri di personalità e da conflitti di potere, ossia da questioni prevalentemente politiche e personali, come se il resto del mondo non esistesse. La Finanziaria non si riduce a un problema squisitamente interno, legato alla distribuzione delle fette di una torta, un problema di quantità di servizi pubblici e di contemporanea distribuzione del loro costo tra i vari ceti sociali.

          Questa miopia è però molto diffusa, il che per il normale cittadino è un limite, ma per la classe politica è una colpa. Per comprendere bene il caso Siniscalco, al di là della miopia, occorre ricordare che al tavolo al quale si decide la legge finanziaria siedono due convitati di pietra, entrambi esterni all’Italia e troppo disinvoltamente ignorati, i quali ci costringono ad aprire gli occhi di fronte alla realtà: l’Italia è un Paese immerso nell’economia mondiale. Spetta a questi convitati di pietra decretare il successo o l’insuccesso di qualsiasi manovra di finanza pubblica, in nome di sacrosanti principi di coerenza e di quadratura dei conti di cui gran parte del mondo politico farebbe volentieri a meno.

            Il primo convitato di pietra è il mercato finanziario internazionale che si esprime soltanto con aridissime cifre. Sono finiti, infatti, i tempi in cui il debito pubblico italiano era sottoscritto quasi per intero da risparmiatori italiani e banche italiane. Al posto dei risparmiatori, che da anni disertano i Bot e i Cct, sono subentrati gli investitori stranieri. Gli acquisti di titoli pubblici italiani, effettuati da varie banche centrali – tra le quali primeggia quella cinese che investe così una parte delle riserve accumulate grazie alle enormi esportazioni -, da grandi fondi di investimento e da altri operatori finanziari, hanno fortemente contribuito a tener basso il tasso di interesse che l’Italia deve pagare sul suo debito pubblico.

              Il mercato internazionale non deve vincere alcuna elezione e non conosce gli strumenti della retorica o del compromesso. Esprime giudizi con lettere come A, B, C dopo analisi tecniche serie e distaccate e sulla base di questi giudizi nel 2006 dovranno essere rinnovati titoli pubblici italiani per oltre 200 miliardi di euro, ai quali si aggiungono circa 50 miliardi di nuovo fabbisogno. Se l’effetto congiunto del caso Banca d’Italia e di una Finanziaria debole dovesse portare a un declassamento del debito pubblico italiano, il mercato internazionale ci imporrebbe di pagare un interesse più alto, forse molto più alto, per prestarci questo denaro.

                Ogni punto in più di interesse ci costerebbe circa due miliardi e mezzo di euro; miliardi che finirebbero nei conti pubblici e che gli italiani dovrebbero, in definitiva, pagare con maggiori tasse o maggiori tagli. La «perdita di immagine» dell’Italia, in altre parole, è molto più che una semplice brutta figura: ha un costo molto concreto e molto elevato, soprattutto perché la vicenda Banca d’Italia sta assumendo risvolti sempre meno comprensibili agli osservatori stranieri e aggrava il carico di una Finanziaria già estremamente faticosa.

                  A questo punto entra in gioco il secondo convitato di pietra, ossia l’Unione Europea: a luglio il governo italiano ha preso con Bruxelles impegni precisi sul deficit che non possono essere disinvoltamente accantonati, come ha ricordato il commissario Almunia, il quale, in maniera appena velata dalla diplomazia, ha espresso il proprio apprezzamento al ministro dimissionario e un chiaro monito al suo successore. Siccome oltre un terzo del debito pubblico totale dell’area euro è di origine italiana, non aspettiamoci proprio alcuna comprensione dai partner europei i quali sono perfettamente giustificati a esigere che l’Italia si assoggetti alle stesse regole di contenimento e riduzione del deficit che gli altri Paesi hanno accettato.

                    In quest’ottica suonano stridule le voci di chi chiede maggiori spese e di chi si lamenta perché nella Finanziaria c’è poco spazio per lo sviluppo futuro: prima di parlare di futuro ci sono i conti del passato, e del presente, da rimettere in regola e questo non può che essere il tema dominante della Finanziaria 2006. Anche se rimetterli in regola può risultare impopolare e far perdere voti.

                      mario.deaglio@unito.it