“Commenti&Analisi” Quanti vizi nel parlare di pensioni (L.Tornabuoni)

09/10/2003


09 Ottobre 2003

PERSONE
Quanti vizi nel parlare di pensioni
di Lietta Tornabuoni

LASCIAMO stare le menzogne o gli eventuali imbrogli, ma sulla questione delle pensioni si ripetono vizi dell’espressione davvero impressionanti e strani, astrazioni, salti logici, eufemismi. E’ curioso, per dire, che si parli così poco (quasi nulla) del fatto che le pensioni italiane non sono certo uguali per tutti, rappresentano invece un vasto puzzle di privilegi e d’ingiustizie: se non si riordinano le baby pensioni e le pensioni d’annata, le pensioni d’oro e quelle di latta, le pensioni che i parlamentari ottengono in un batter d’occhio temporale e le pensioni per le quali si pretenderebbero quarant’anni di contributi, come si può ottenere consenso? Se non si riequilibrano le infinite varianti e anomalie, con che faccia si può chiedere ai cittadini e ai sindacati di essere solidali con il governo?
E’ pure curioso che si parli così poco (quasi nulla) del fatto che una persona, quando va in pensione, non smette di lavorare: e come potrebbe? Sono rari coloro che ricevono una pensione tale da assicurare da sola la sopravvivenza. Di solito, volendo continuare a campare da pensionati, le prospettive sono tre: si sono accumulati risparmi investiti che garantiscono una rendita a integrazione della pensione; si viene aiutati economicamente dai figli; si cercano e si fanno altri lavori. Come si potrebbe vivere esclusivamente con la pensione? La gente lo sa benissimo perché lo sperimenta direttamente. Ma i governanti sono tanto lontani e tanto poco interessati alla vita vera e materiale della gente, che non lo sanno o non lo prendono in considerazione: e parlano immaginando che il potere d’acquisto delle pensioni equivalga a quello già assai ridotto di salari e stipendi, evocando l’immagine d’una grande massa di anziani oziosi che fanno la vita pigra a spese dello Stato.
Non è strano l’uso dell’eufemismo, fondamentale nel linguaggio politico: ma è davvero esagerato a proposito delle pensioni. Naturalmente non si tratta di eufemismi violenti come quelli storici dei nazisti: «soluzione finale» anziché «sterminio degli ebrei», «trasferimento» invece di «deportazione», «trattamento speciale» al posto di «uccisione col gas». Gli eufemismi governativi sulle pensioni, però, non scherzano nell’adoperare espressioni neutre, accomodanti, vaghe o ingannevoli: «riforma» anziché diminuzione, riduzione; «scalone» (a volte, «scalino») invece di innalzamento dell’età della pensione; «percorso più morbido» al posto di maggiore gradualità; «dialogare» invece che imporre le proprie decisioni ai sindacati. E accusare i sindacati di programmare «scioperi politici» su un tema così chiaramente e nettamente riguardante le tasche dei lavoratori: tra l’altro, usando l’aggettivo «politico» come un insulto o una parolaccia, il che è proprio singolare da parte di «politici» di professione.