“Commenti&Analisi” Quando l’Italia va a passo di gambero (F.Galimberti)

07/07/2005
      DEL LUNEDÌ
    lunedì 4 luglio 2005

    PRIMO PIANO – pagina 2

    I NODI DELL’ECONOMIA

    Quando l’Italia va a passo di gambero

      Nel 1993 la crisi fu europea, nel 2005 è invece tutta «fatta in casa»

        Di Fabrizio Galimberti

          Non è molto facile buttar giù un Paese. Il modo di procedere delle economie di mercato è la crescita, che sta all’economia come il respiro sta all’uomo. Il rallentamento corrisponde a un periodico " prender fiato". Ma per retrocedere — per cadere, appunto, nella " recessione" — bisogna mettercisi d’impegno.

          Questo spiega come finora solo due volte, nel dopoguerra, l’economia italiana ha fatto come i gamberi. E ogni volta c’era stato un grosso accadimento per spiegare la caduta. La prima volta fu nel 1975, quando la prima crisi petrolifera colpì il mondo e non solo l’Italia. Le domeniche a piedi furono solo il simbolo esterno di un duro colpo portato all’offerta e alla domanda assieme. Il Pil allora cadde del 2% circa e la caduta fu corale, in Europa e in America.

          Si può aggiungere che vi erano anche delle ragioni cicliche per spiegare questo andamento. In Italia, per esempio, nei due anni precedenti — il 1973 e il 1974 — l’economia aveva corso con gli stivali delle sette leghe, al passo di un 6% medio annuo. Un rallentamento era nell’aria, ma l’urto dell’embargo petrolifero trasformò il " prender fiato" in un rovinoso accasciamento.

          Attacco allo Sme.
          La seconda volta fu meno corale. Nel 1993 il Pil italiano si ridusse dello 0,9 per cento, più o meno come nel resto d’Europa, ma la crisi era limitata al nostro continente. Che cosa successe? Il Sistema monetario europeo, che aveva retto per quindici anni le sorti dell’integrazione monetaria nel Vecchio continente, crollò miseramente, sotto gli attacchi speculativi portati alla lira e alla sterlina. Questo crollo portò a una generale crisi di fiducia, che fu la vera responsabile della ritirata della domanda. Se è vero che l’economia italiana gemeva sotto il peso della manovra da 90mila miliardi di lire del Governo Amato, è anche vero che le esportazioni in quell’anno crebbero del 9% in volume. E che gli altri Paesi europei, che non avevano dovuto sottostare alla cura da cavallo del Governo Amato, videro anch’essi l’economia retrocedere. Fu la crisi di fiducia, insomma, che spense le propensioni alla spesa. Ma, abbiamo detto, la recessione non fu corale come ai tempi della prima crisi petrolifera. America e Giappone continuarono a crescere.

          E arriviamo al 2005. Un anno che molto probabilmente vedrà, per la terza volta nel dopoguerra, un " segno meno" nell’attività economica italiana. Se l’episodio del 1975 fu mondiale, se quello del 1993 fu europeo, quello del 2005 si distingue per essere solo italiano. Questa è la sola recessione " fatta in casa" nella nostra storia economica. A che cosa è dovuta? E possiamo trovare, nella più recente esperienza — quella del ‘ 93 — degli indizi per interpretare, sperare, rimediare?

          Fiducia e competitività ko.
          Superficialmente, c’è una certa rassomiglianza fra il 1993 e il 2005. In ambedue i casi, c’era sia una crisi di fiducia che una crisi di competitività. Nel 1993 la crisi di fiducia era venuta dal crollo dello Sme nell’autunno dell’anno prima e dalle lacerazioni nei rapporti fra i Paesi europei che del crollo erano causa ed effetto: una Germania che intendeva in modo unilaterale (diritti ma non doveri) i meccanismi di aggiustamento e che si rifiutava di abbassare i tassi. Nel 2005 la crisi di fiducia che sottende l’economia italiana può sembrare aver anch’essa una componente europea: tensioni fra Paesi, liti sul Patto di stabilità, rifiuto della Costituzione in Francia e Olanda, contrapposizione fra Regno Unito e altri Paesi sulla politica agricola comune… Ma tutti questi problemi sono sorti dopo che l’economia italiana si era già incamminata sulla via della recessione.

          Lo stallo — e peggio — del sistema produttivo italiano è una questione di offerta e non di domanda. Viene da una crisi di competitività, ma diversa dall’altra crisi di competitività che aveva caratterizzato il 1992′ 93. Nel precedente episodio si trattava essenzialmente di un problema di competitività prezzo; cioè a dire, nei dieci anni precedenti la lira si era lentamente rivalutata. Erano gli anni del cosiddetto " attrito reale" sul cambio, quando la lira ogni tanto si svalutava nominalmente, ma meno di quanto fosse giustificato dal differenziale di inflazione; talché, in senso reale, la lira si rivalutava.

          Questa politica era giustificata da due nobili scopi. Il primo era quello di tenere sotto controllo l’inflazione. Erano quelli gli anni in cui ci si sforzava di sradicare l’indicizzazione dall’economia italiana; da una parte — vedi il " referendum Craxi" sulla scala mobile nel 1985 —, si tentava di disinnescare la spirale prezzi salari; dall’altra, si cercava di scalzare quell’" indicizzazione valutaria" che vedeva la lira svalutarsi per compensare appieno il differenziale d’inflazione, mantenendo così le pressioni sui prezzi. Il secondo scopo era quello di forzare una ristrutturazione dell’apparato produttivo italiano. Se i costi interni aumentano, ma poi la svalutazione rimette le cose a posto, i produttori non hanno molto incentivo a cambiare. Se però l’" attrito reale" non concede di recuperare in pieno il differenziale dei costi, ecco che i produttori sono costretti a recuperare competitività agendo sui fattori diversi dal prezzo: produttività, innovazione, servizio post vendita, design, marketing. Vi è qualche evidenza che questa politica aveva avuto successo nel cambiare la pelle delle imprese. Ma si trattava di una corsa contro il tempo. Quando lo Sme crollò e la lira fu pesantemente svalutata ( prima nel ‘ 92 e poi nel ‘ 95), per i produttori italiani si aprirono nuovi spazi di competitività prezzo, e la tensione verso la ristrutturazione ebbe una pesante battuta d’arresto.

          Concorrenza agguerrita.
          Nel 2005 la crisi di competitività italiana è più seria di quella del 1993. L’ingresso nell’euro, che data dal 1999, ha fatto molto di più di un " attrito reale" sul cambio. Ha fissato il cambio per l’eternità e ha costretto le imprese a tenere i costi unitari sotto controllo — agendo sui salari e/ o sulla produttività— pena la perdita di competitività. Allo stesso tempo, l’ingresso nell’economia di mercato di 3 miliardi di uomini e donne ( Cina, India, Russia e altri Paesi) ha drasticamente alterato l’ambiente competitivo, con una fortissima concorrenza su quei comparti — prodotti per la persona e per la casa, meccanica leggera — in cui si concentrava la specializzazione italiana.

          Si è detto all’inizio che per cadere in recessione bisogna " mettercisi d’impegno". E in effetti l’impegno c’è stato. La politica economica ha fatto la sua parte di errori. Semplicemente, non ha riconosciuto che il problema dell’economia italiana era un problema di offerta e non di domanda, era un problema di competitività e le risorse disponibili dovevano essere dirette a facilitare la ristrutturazione dell’offerta, non a sostenere i consumi con tagli alle imposte personali.

            Se a questo si aggiunge una politica allegra della spesa pubblica (dal 2001 al 2004 la quota di spesa corrente primaria è aumentata di un punto e mezzo in quota di Pil, gettando così al vento il " dividendo dell’euro", la massiccia riduzione della spesa per interessi), ci si rende conto che la recessione del 2005 rimarrà una triste pagina nella storia economica del dopoguerra.