“Commenti&Analisi” Purché non sia potere di veto (A.Panebianco)

02/06/2004
      2 maggio 2004

      Il ritorno della concertazione sociale
      PURCHE’ NON SIA POTERE DI VETO

      di ANGELO PANEBIANCO

      Il tema è stato lanciato dal neo-presidente di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo, nel suo discorso di insediamento. E’ poi tornato nella relazione del governatore di Bankitalia, Antonio Fazio. E’ il tema della «concertazione», del dialogo fra governo e parti sociali come premessa e condizione di una politica economica efficace. E’ evidente la relazione che esiste fra questi autorevoli richiami, lo stato di stagnazione in cui versa l’economia, e il fatto che nei tre anni trascorsi il governo Berlusconi, che pure del rifiuto della concertazione aveva fatto una delle sue bandiere, non sia ancora riuscito a dare all’economia il colpo di frusta necessario per rilanciare la crescita. Ciò che vedono gli industriali e gli altri operatori economici e finanziari è un Paese ove la rissa fra il governo e il più forte sindacato esistente in Italia, la Cgil, è continua (come confermano anche le sprezzanti parole usate l’altro giorno da Berlusconi all’indirizzo di quel sindacato) senza che questo abbia però ancora portato a radicali riforme di struttura. Essi vedono una conflittualità logorante, priva di sbocchi positivi. La preoccupazione è più che legittima. Si tratta però di capire se la concertazione (e quale tipo di concertazione) sia un’alternativa praticabile alle strade fin qui battute dal governo.
      Cominciamo col dire che, al di là delle retoriche politiche, un certo tasso di «concertazione» è sempre stato presente nell’azione dei governi italiani. Anche quando essi sono entrati in conflitto con la componente maggioritaria del sindacato. Allorché Bettino Craxi scelse di andare allo scontro con il Pci (e la Cgil) sulla scala mobile si premurò di assicurarsi l’appoggio di una parte del sindacato. E la stessa cosa ha fatto il governo Berlusconi quando ha varato la riforma del lavoro che porta il nome di Marco Biagi.
      La concertazione può essere intesa in due modi diversi. In senso largo e in senso stretto. Intesa in senso largo, indica una generale disponibilità a dialogare per cercare possibili punti di accordo fra le parti e il governo. Si dà concertazione in senso largo quando il governo cerca l’accordo delle parti sociali, tiene conto delle loro esigenze e, se è possibile, fa le sue scelte offrendo qualche compensazione agli interessi più sacrificati. Intesa in senso largo la concertazione non è altro che il normale dialogo che dovrebbe sempre esserci fra i governi e i grandi interessi organizzati. Quando non c’è, ciò significa solo che la conflittualità generale e un eccesso di faziosità ideologica (da una parte e dall’altra) lo rendono impossibile.
      C’è poi la concertazione in senso stretto. In questo caso le parti coinvolte dispongono di un potere di veto su tutte le decisioni che contano. Nulla si può fare senza il loro consenso. La concertazione in senso stretto ha dato, in certe fasi, buoni risultati quasi esclusivamente in alcune piccole democrazie europee (per esempio, in Olanda). E’ assai dubbio che possa darne di analoghi nell’Italia di oggi. La concertazione in senso stretto rischia sempre di avere l’uno o l’altro di due effetti negativi: l’inazione a causa del mancato accordo fra i titolari del potere di veto oppure un patto fra governo e interessi organizzati che finisce per scaricare i costi delle decisioni sull’insieme dei cittadini. Abbiamo già avuto in passato fasi non felici di concertazione in senso stretto. Non ce lo possiamo più permettere. Servirebbe, invece, questo sì, un miglioramento del clima politico tale da favorire più dialoghi che risse. Cosa molto difficile da ottenere, naturalmente, in un anno elettorale.


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