“Commenti&Analisi” Pronti ad incentivare il salario variabile (M.Sacconi)

02/05/2005
    domenica 1 maggio 2005

      PRIMO PIANO – pagina 1 e 11

      Pronti ad incentivare
      il salario variabile

      MAURIZIO SACCONI

      * sottosegretario a Lavoro e Politiche sociali
      Caro direttore, una riflessione sul lavoro e sull’impresa è ancor più necessaria nell’Italia odierna, così esposta alle nuove pulsioni della competizione globale, così fragile dal punto di vista della dotazione di capitale umano, così rigida rispetto ai doverosi cambiamenti organizzativi, così carica di abnormi costi di intermediazione.

      È ben vero che uno sforzo riformatore continuo e strutturale a cavallo di due legislature — grazie all’alta regia di Marco Biagi — ha generato risultati riconosciuti dalla Commissione europea, dal Fondo monetario e dall’Ocse nell’ambito dei rispettivi esercizi di sorveglianza multilaterale.
      Le riforme del lavoro si stanno peraltro incrociando virtuosamente con quelle della previdenza e dell’educazione aggiungendo al buon andamento dei tassi di occupazione e di disoccupazione una tendenza positiva in quelli di scolarizzazione e di apprendimento continuo. Ne sta conseguendo una prima, ancora timida, capacità delle istituzioni e delle parti sociali di accompagnare i necessari processi di ristrutturazione competitiva delle imprese con politiche di welfare to work ( non più to early retirement), ovvero con intese e strumenti che accompagnano da posto a posto di lavoro i lavoratori in esubero secondo un doveroso nesso tra sussidi e responsabilità del percettore.

      In parallelo al procedere delle riforme è ora necessario che le parti sociali— incoraggiate da idonee politiche pubbliche— sviluppino moderne relazioni industriali per aggredire il nodo del costo del lavoro per unità di prodotto. Si condensano in questa sintetica definizione molti problemi: da quello di una migliore remunerazione del lavoro ancorata a parametri di merito e produttività a quello dell’abnorme cuneo fiscale e contributivo a quello ancora della flessibilità organizzativa dell’impresa a partire dall’orario di lavoro.

      La stessa innovazione tecnologica — talora invocata quale soluzione assoluta di ogni ritardo — necessita di un adeguato contesto in termini di capitale umano e organizzativo dell’impresa affinché il relativo investimento si determini e garantisca l’atteso ritorno economico.
      Ora il Governo ha assunto l’impegno prioritario di favorire una positiva evoluzione delle relazioni industriali allargando lo spazio contrattuale attraverso interventi, diretti e indiretti, sul costo del lavoro.
      Tali interventi potrebbero definirsi in termini non neutrali rispetto alla struttura della retribuzione e alla qualità degli assetti contrattuali nel senso che una parte rilevante potrebbe essere destinata a incentivare drasticamente la componente variabile della retribuzione garantendone minore contribuzione, piena pensionabilità ed eventualmente una tassazione separata, sottratta alla progressività. La diffusione di contenuti variabili del salario può così incoraggiare altrettanta diffusione di buone relazioni industriali con le quali le parti convergono su obiettivi di innovazione organizzativa.

      Più in generale, questa politica può favorire la ripresa di un dialogo tripartito rivolto a sostenere contestualmente— e coerentemente — il reddito disponibile delle famiglie e delle persone e la redditività delle imprese quale conseguenza di una incrementata competitività. Tale dialogo dovrà peraltro confermare il concorso dei contratti alla stabilità macroeconomica seppure attraverso modalità rinnovate, alla luce della bassa inflazione e della indisponibilità degli antichi strumenti di controllo amministrativo su prezzi e tariffe.

      Ultimo, ma non ultimo, si pone il problema di una rapida, ma coerente, conclusione dei contratti del pubblico impiego. Anche per essi, e a maggior ragione, si evidenzia la necessità di una loro funzionalità a obiettivi di produttività delle Pubbliche Amministrazioni attraverso una struttura delle retribuzioni capace di riflettere meriti e risultati.
      A questi positivi percorsi potremo peraltro tutti disporci — istituzioni e parti sociali — se anche in Italia sapremo isolare i residui ideologismi che contrappongono il lavoro all’impresa condividendo il valore centrale della persona che nel lavoro trova la migliore realizzazione delle proprie potenzialità.