“Commenti&Analisi” Professioni, questa riforma non s’ha da fare – di G.Militello

28/04/2003

              venerdì 25 aprile 2003

              Il Governo, dopo due anni, ha pronta la sua proposta. Doveva innovare, e invece ha finito con il prospettare il congelamento dell’attuale anacronistico e burocratico sistema
              Professioni, questa riforma non s’ha da fare
              GIACINTO MILITELLO
              Il Governo si prepara a formalizzare in Parlamento la proposta
              di riforma delle professioni. Ha impiegato ben due anni per
              trascrivere in un suo testo le misure richieste dai settori più conservatori del Cup (Comitato unitario degli Ordini professionali). Doveva innovare, invece ha finito con il prospettare il congelamento dell’attuale anacronistico e burocratico sistema.
              Ripercorriamo i passaggi principali.
              1) Il problema più importante, quando si parla di riforma delle
              professioni intellettuali, è quello di valutare e riflettere sul livello e la
              qualità del sapere immesso dai professionisti nelle loro attività e sul
              modo con cui esso viene accumulato, aggiornato ed erogato. Finora
              mondo della formazione universitaria e mondo del lavoro professionale
              sono stati, tranne alcune eccezioni, rigidamente separati, con effetti
              pesanti in termini di efficienza sistemica. Ora il rapporto tra i circuiti di formazione delle conoscenze e quelli del loro impiego viene portato in primo piano dalla trasformazione e globalizzazione dei mercati e da esso dipende in buona misura il grado di competitività e modernità di un paese. Niente o poco di tutto questo ha ispirato il testo della proposta di legge governativo. Una traccia indubbiamente la si ritrova nell’apertura – peraltro tardiva e parziale -all’esercizio della professione in forma societaria, ma la grande parte dell’articolato è dedicata ad altro, al tentativo di definire natura, confini e prerogative degli Ordini
              in rapporto alle Associazioni, senza cogliere, nell’affrontare questo
              tema, l’estrema e mutevolissima dinamica delle prestazioni professionali.
              2) Definire la natura degli Ordini professionali è un compito essenziale
              che ha sempre animato appassionati dibattiti nella lunga e nobile
              storia delle professioni intellettuali. Nel testo governativo il problema
              viene ora riproposto definendo l’Ordine professionale come "ente pubblico non economico" con piena autonomia patrimoniale, finanziaria e regolamentare. Contemporaneamente si stabilisce
              che alla scelta o all’istituzione degli Ordini si ricorre per le professioni
              che "incidono su interessi generali meritevoli di specifica tutela"; mentre per le professioni che non incidono su tali interessi si favorirà
              l’organizzazione in Associazioni.
              A parte la facile previsione che il testo, per la genericità con cui è
              stato formulato (in che modo e da parte di chi verranno stabiliti gli
              interessi generali ?) incentiverà la proli ferazione degli Ordini oltre a
              innumerevoli contenziosi corporativi, vogliamo qui fermarci sul primo
              aspetto, e cioè sulla definizione dell’Ordine come ente pubblico.
              Sin dalle origini risalenti al 1874, attorno alla scelta se fare degli Ordini
              uno strumento privatistico di autoregolamentazione seppure dotato di poteri particolari come espressione forte dell’autonomia della società civile dal potere politico, oppure un vero e proprio strumento del potere statale, il dibattito è stato molto acceso. Valga per tutti ricordare l’aspra polemica tra i giuristi liberali Carrara e Zanardelli.
              Senza ripercorrere le varie tappe di questo attualissimo dibattito,
              vogliamo qui limitarci ad osservare che la scelta del governo di centro-destra conferma ed accentua oggi la linea dell’Ordine come
              organo statale con piena potestà regolamentare sottratta postanzialmente ad ogni controllo anche se inclusiva del potere di proposta sulle tariffe, del potere di controllo sugli accessi e sui tirocini e del potere disciplinare sugli iscritti.
              Con ciò imponendo – vontrariamente agli orientamenti comunitari ed
              agli ordinamenti già esistenti ad esempio in Francia o in Gran Bretagna
              basati su organismi ad iscrizione obbligatoria ma privati – una ulteriore estensione ed un ulteriore appesantimento della regolamentazione
              pubblica in più parti lesiva della concorrenza.
              Attenzione, gli Ordini sono una istituzione essenziale. Senza di essi
              la protezione e tutela dei saperi come il rispetto della deontologia sarebbero gravemente compromessi. Tuttavia discutere apertamente
              se confermare o finalmente cambiare la natura statalistica degli Ordini
              ci sembra essenziale per accrescere e far pesare di più la libertà e
              la responsabilità dei professionisti. Ma nei lunghi incontri tra Governo e Ordini professionali si è discusso di altro.
              3) Infine sulla delimitazione dei "territori" da assegnare agli Ordini
              ed alle Associazioni. Il testo predisposto dal Governo lancia su questo punto una vera e propria sfida al buon senso ed alla realtà. Da una parte, ricorrendo alla nozione indistinta di interesse generale, pensa di poter tracciare una distinzione tra Ordini e Associazioni; dall’altra, più in concreto, stabilisce che "non possa essere considerata professione una attività che riguarda prestazioni che presentano una connotazione qualificata per la professione regolamentata" con gli Ordini.
              In buona sostanza con questa norma che è la vera chiave della controriforma prospettata, si vuole affermare che è la semplice iscrizione agli Albi che dà diritto alle esclusive, non solo a quelle finora in via eccezionale stabilite da norme specifiche di legge ma a tutte quelle riconducibili alla "connotazione qualificata". Chi deciderà la connotazione qualificata? Altro che apertura al sistema duale ed alla concorrenza delineato gislatura dal governo di centrosinistra;
              qui c’è un terribile salto all’indietro. Si taglia l’erba sotto i piedi
              alle professioni emergenti mettendole potenzialmente tutte sotto tutela
              dell’attuale sistema ordinistico.
              Alla competizione basata sulla qualità della prestazione e sui prezzi
              si vuole sostituire quella basata sulla tessera di iscrizione.
              Crediamo che a questo punto del ragionamento possa essere confermata la valutazione che davamo all’inizio. La riforma proposta dal centro destra, depurata da pochi adeguamenti imposti dalla realtà,
              appare tutta tesa a conservare non ad innovare. Il dibattito parlamentare dovrà essere allora l’occasione per riportare l’attenzione politica e civile sui problemi veri e riprendere un graduale ma sicuro percorso riformatore. Questo, dopo la prova data dall’attuale Governo, sarà possibile solo se il centrosinistra e i professionisti riprenderanno su questo tema la parola e riscopriranno e faranno riscoprire la portata strategica della riforma delle professioni,
              nel vero interesse generale del paese.