“Commenti&Analisi” Professioni, no a una riforma spezzatino (M.Vietti)

11/06/2004


       
       
       
       
      Numero 139, pag. 1 del 11/6/2004
      Autore: Michele Vietti – sottosegretario alla giustizia
       
      Professioni, no a una riforma spezzatino
      di Michele Vietti
       
       
      È indubbio che il dlgs La Loggia ha rimesso in discussione tutti i progetti di riforma oggi in parlamento. Nel momento in cui le professioni, a cui si accede mediante esame di stato, sono ricondotte nell’ambito della legislazione esclusiva dello stato, i diversi progetti segnano il passo, perché sono ancorati alla vecchia logica della legislazione concorrente stato-regioni. Dobbiamo prenderne atto. Così come dobbiamo prendere atto che, dopo il dlgs La Loggia, qualunque riforma dovrà essere declinata secondo uno schema a Y rovesciata: una parte comune, relativa all’ordinamento civile: contratti, compensi, società, associazioni ecc..; e una parte differenziata, se è vero che per le professioni ordinistiche lo stato dovrà dettare una disciplina completa, mentre per le altre professioni dovrà limitarsi ai principi fondamentali.

      È in questo scenario che governo, maggioranza, opposizione, ma anche ordini, associazioni, sindacati e casse dovranno riconsiderare le rispettive posizioni.

      Non è infatti pensabile che il contenuto dei (vecchi) progetti di riforma venga travasato sic et simpliciter nel nuovo format. Un esempio può essere utile a chiarire le sfide cui tutti siamo chiamati. Fino ad oggi il confronto aveva avuto il suo termine di riferimento nella distinzione tra professioni ordinistiche e professioni emergenti. E sui criteri della rispettiva rappresentanza si era arenato qualunque progetto (e dibattito).

      Ebbene, nel momento in cui si riconosce alle regioni la competenza attuativa relativamente alle sole professioni non ordinate ex art. 33, comma 5, della Costituzione, il problema sarà piuttosto rappresentato dai criteri sulla base dei quali le attività emergenti saranno o meno sottoposte ad esame di stato.

      Viene così confermata e rilanciata l’intuizione del progetto messo a punto dalla commissione ministeriale da me presieduta.

      Il problema non è il riconoscimento delle associazioni, ma il riconoscimento delle professioni.

      La definizione dei relativi criteri sarà indispensabile per distinguere le professioni riservate allo stato da quelle sulle quali le regioni potranno esercitare il loro potere legislativo. A cascata si porrà poi il problema del legittimo riconoscimento delle associazioni ecc.

      Certo è che la riforma, qualunque riforma non potrà ignorare il nuovo assetto federalista dello stato; come non potrà ignorare i vincoli europei che indirizzano diverse scelte del legislatore italiano.

      In attesa che, dietro la spinta propulsiva del convegno delle professioni di Napoli, la definizione dello statuto delle professioni intellettuali, come tutti ci auguriamo, entri tra i primi punti dell’agenda del nuovo Parlamento europeo, è opportuno e necessario che si inizi un confronto sulla portata dell’obbligo previsto dalla nostra Costituzione di sottoporre a verifica, mediante esame di stato, le capacità di coloro che ambiscono a esercitare le attività che incidono su interessi ultra individuali.

      La conformità della previsione dell’art. 33, comma 5, della Costituzione al diritto comunitario non è in discussione, non lo è mai stata. Per cui nulla osta all’apertura del dibattito.

      Anzi, prima quest’ultimo inizia, meglio sarà perché involge problemi ben più ampi del riparto tra ordini e associazioni, investendo lo stesso assetto della nostra repubblica.

      Ecco perché sono fermamente contrario allo spezzatino proposto dall’opposizione.

      Non ha senso riformare gli ordini al senato e regolare le associazioni alla camera. La riforma richiede una visione complessiva del problema, basata sui criteri per la soggezione all’esame di stato.

      Diversamente, ed è, forse, arrivato il momento di dirlo chiaramente, la riforma che si vuol fare non avrebbe ad oggetto le professioni, ma piuttosto le associazioni e gli ordini. Il che, sia detto con franchezza, non è uno scandalo, ma lo diventa se ci si continua a nascondere dietro a un dito.

      Personalmente sono convinto della inopportunità di mettere in cantiere l’ennesimo provvedimento normativo di settore. Troppi ce ne sono stati e hanno solo contribuito a complicare il quadro normativo di riferimento e a rinviare il suo aggiornamento.

      Capisco le istanze delle associazioni, capisco il desiderio dell’opposizione di farsene paladina, ma resto convinto che per evitare che i veti incrociati blocchino, come da troppo tempo accade, il processo di riforma, sia necessario partire da quello che costituisce il valore fondante della nostra società: la Carta costituzionale. Ove non si parla di ordini e associazioni, ma di esame di stato e interessi generali. Confrontiamoci su questi ultimi e tutto il resto (probabilmente) verrà di conseguenza. (riproduzione riservata)