“Commenti&Analisi” Presto per fare bilanci, ma il sistema ha tenuto (M.Tiraboschi)

12/10/2004



            martedì 12 ottobre 2004


            sezione: NORME E TRIBUTI – pag: 25
            ANALISI
            Presto per fare bilanci, ma il sistema ha tenuto
            di MICHELE TIRABOSCHI
            Ètrascorso un anno dall’entrata in vigore della riforma Biagi del mercato del lavoro e già impazza la battaglia dei numeri, alla ricerca di sconfitti e vincitori. Sotto la lente di ingrandimento di esperti — e presunti tali — è finita, in particolare, la nuova regolamentazione delle collaborazioni coordinate e continuative. E c’era da aspettarselo, visto che il lavoro a progetto è subito diventato la norma simbolo del decreto legislativo n. 276 del 2003 ma anche, a ben vedere, una sorta di cartina di tornasole rispetto al dibattito, invero tutto politico e ideologico, sulle finalità reali o presunte della riforma del mercato del lavoro.

            Si è davvero trattato di un’azione di contrasto contro le collaborazioni fittizie o nulla altro che una cinica operazione di manipolazione del quadro legale previgente destinata come tale a dare il là a una nuova fase nella precarizzazione del lavoro? La domanda è certamente impegnativa, almeno per chi abbia presente l’estrema delicatezza di processi in atto da almeno un decennio e la complessità delle materie toccate dal legislatore. Eppure non mancano già oggi giudizi perentori, che pesano come un macigno sul futuro delle collaborazioni nella modalità a progetto.

            Da un recente sondaggio della NidilCgil in una città campione come Milano risulterebbe, per esempio, che solo il 3% dei Co.co.co sarebbe in realtà passato a un lavoro dipendente, secondo quelli che erano i desiderata del legislatore, a fronte — si dice — di una inesorabile deriva verso il lavoro sommerso e di un vero e proprio boom delle partite Iva, balzate di un sol colpo a un più 34% rispetto al corrispondente periodo del 2003.

            Il fallimento del lavoro a progetto, secondo l’indagine Nidil-Cgil, sarebbe poi dimostrato anche dalla circostanza che a ben il 41% dei collaboratori coordinati e continuativi sarebbe stato semplicemente prorogato il relativo contratto di lavoro. Ma questi dati percentuali possono tutt’al più confortare quanti avevano preconizzato l’inevitabile insuccesso del lavoro a progetto già all’indomani del varo della legge Biagi e che, pertanto, non ritengono necessario attendere gli esiti del monitoraggio previsto dopo il primo biennio di sperimentazione.

            L’indagine Nidil-Cigl — tanto citata in questi giorni, forse perché è la prima su una materia tanto controversa — è infatti relativa a un campione, per nulla rappresentativo, di soli 985 collaboratori. Molto meno numericamente e soprattutto qualitativamente, per intenderci, dei 4.300 ex Co.co.co del call center Atesia di Telecom, trasformati in un sol colpo, grazie alla riforma Biagi, in lavoratori dipendenti e in collaboratori a progetto, senza alcuna possibilità di fuga nel lavoro nero e tanto meno nelle labilissime protezioni che può offrire una partita Iva in merito alla esatta qualificazione dei rapporti di lavoro come autonomi o subordinati.

            Poca cosa, dunque, rispetto ai numeri in assoluto delle collaborazioni coordinate e continuative. E comunque dati poco attendibili alla luce delle rilevazioni trimestrali dell’Istat che segnalano, nel corso dell’ultimo anno, un costante incremento del lavoro stabile, una significativa flessione del lavoro temporaneo, una regressione del sommerso.

            Vero è che un anno è ancora troppo poco per valutare gli effetti di una riforma tanto complessa quanto ambiziosa, che potrà dare i suoi frutti — come ben dimostra l’esperienza del pacchetto Treu — solo tra qualche anno. E ciò a maggior ragione in considerazione del fatto che lo stesso legislatore ha previsto una transizione graduale verso le collaborazioni coordinate e continuative nella modalità a progetto. Se è difficile fornire una valutazione complessiva della riforma Biagi, ancor più lo è avventurarsi, senza solidi parametri di riferimento, in un mondo ancora tutto da costruire come quello del lavoro a progetto.

            L’impressione, tuttavia, è che non si sia verificata né la tanto temuta destrutturazione del mercato del lavoro né, tantomeno, la paralisi di una forma di flessibilità particolarmente apprezzata dalle imprese e di cui i primissimi commentatori della riforma Biagi avevano incautamente già recitato il de profundis. La prassi ha invece dimostrato di saper facilmente adattare le modalità di esecuzione di gran parte di queste collaborazioni alle logiche giuridiche del progetto.

            La battaglia contro le collaborazioni abusive e fittizie è comunque ancora agli inizi. Anche perché da poco è operativa la nuova organizzazione dei servizi ispettivi e solo in questi giorni hanno preso avvio le prime sedi di certificazione dei contratti di lavoro a sostegno della genuinità delle opzioni qualificatorie delle parti contraenti. Quello che si può fare, in questa fase, è semmai avviare le prime verifiche — anche ispettive — sulla transizione, anche perché sono già evidenti due gravi anomalie.

            Per un verso, infatti, un gran numero di questi contratti è stato prorogato dalle parti anche dopo il 24 ottobre 2003, quando ciò non era più possibile salvo specifica intesa sindacale. Mentre per l’altro verso la gran parte delle (invero poche) intese collettive, che hanno cercato di gestire la transizione, sono state raggiunte al di fuori dell’ambito aziendale, come invece richiedeva espressamente il decreto legislativo n. 276 del 2003 per poter mantenere in vita esclusivamente quei contratti di collaborazione non riconducibili alla modalità a progetto.

            Ed è proprio per questa ragione che il legislatore ha deciso di chiudere rapidamente la fase transitoria individuando, con il decreto legislativo 251/04 (proprio ieri pubblicato sulla «Gazzetta Ufficiale») nella data del 24 ottobre 2005 il termine ultimo di efficacia delle intese di transizione definite in sede aziendale con le istanze aziendali dei sindacati comparativamente più rappresentativi sul piano nazionale.