“Commenti&Analisi” Precariato, modernizzare si può (M.Ferrera)

15/12/2005
    giovedì 15 dicembre 2005

    Pagina 44 – Opinioni

    La proposta Ichino

      Precariato, modernizzare si può

        di Maurizio Ferrera

          Le dinamiche del mercato del lavoro italiano ricordano sempre di più il vecchio gioco dei quattro cantoni. I lavoratori sono distribuiti in squadre. La prima è collocata nel cantone del lavoro regolare, dove si godono generosi standard di trattamento e tutela. Le altre tre squadre occupano invece il cantone del lavoro precario, quello del lavoro sommerso e quello della disoccupazione sussidiata. Al di fuori del perimetro stanno i più sfortunati: quelli che non hanno né lavoro né sussidio (fra cui moltissimi immigrati) e che dunque sono pronti a rubare il posto di chi prova a saltare dai cantoni meno garantiti a quello più garantito.

          I giochi, si sa, sono belli quando durano poco. La segmentazione fra comparti distinti sta invece diventando un tratto strutturale del nostro mercato del lavoro. È possibile rimediare? Estendere a tutti gli standard previsti dai contratti nazionali (come propone la Cgil) avrebbe come conseguenza la sparizione di centinaia di migliaia di posti di lavoro precari o sommersi. Molte imprese non potrebbero più permetterseli e aumenterebbe la fila dei disoccupati.

          Nel suo intervento di ieri sul Corriere , Pietro Ichino ha proposto un’altra soluzione: consentire al sindacato periferico di adattare gli standard alle condizioni locali, in modo da renderli effettivamente applicabili a tutti. L’Europa ci offre più di un modello cui guardare: abbiamo solo l’imbarazzo della scelta. Il problema però è che nessun attore politico oggi in Italia sembra essere interessato a scegliere sul serio, cioè a riformare gli assetti vigenti. Gli occupanti del primo cantone sono numerosi, costituiscono la base storica del sindacato, e si distribuiscono un po’ fra tutti i partiti. Sarebbe dunque politicamente rischioso chiedere loro dei sacrifici. Ma precari, irregolari, disoccupati ed «esclusi» rappresentano ormai almeno la metà delle forze di lavoro italiane.

          Possibile che una consistenza numerica di queste dimensioni non apra margini di manovra politica per i partiti o per gli stessi sindacati? Sfortunatamente, è possibile. I margini per operazioni di «spalmatura» delle tutele sono oggettivamente limitati a causa di due fattori. Innanzitutto, per quanto poco accessibili agli outsider, gli standard del primo cantone sono lì sotto gli occhi di tutti, sono la meta agognata di ogni giocatore. Consentire l’abbassamento degli standard del lavoro regolare può causare frustrazione generalizzata. In secondo luogo, molti giovani precari, molte donne occupate in nero vivono in nuclei familiari con almeno un componente «garantito». Queste figure tendono a opporsi a interventi di spalmatura in quanto li percepiscono più come sottrazioni che come addizioni.

          Niente riforme, allora? Non è detto. I margini politici sono stretti, ma volendo si possono trovare. Altri Paesi europei continentali ci sono riusciti: pensiamo alla Spagna o all’Olanda. Qui il cambiamento si è fatto strada attraverso un mix di concertazione, scambi politici fra governo e parti sociali, sistematiche campagne di informazione e persuasione dell’opinione pubblica e innovazioni incrementali che hanno gradualmente alterato incentivi e comportamenti (così è nata ad esempio la flex-security olandese).

          Rispetto a questi precedenti ciò che manca oggi in Italia è tuttavia il senso di urgenza, la percezione da parte dei leader sindacali che lo status quo non è più un’opzione, che la modernizzazione del mercato del lavoro e del welfare non può essere un’operazione puramente difensiva, ma richiede un mix di addizioni e sottrazioni. Il sindacato conosce da vicino le interconnessioni fra i «quattro cantoni» e il profilo dei loro occupanti.

          Potrebbe dare dunque un contributo decisivo per definire percorsi equi di modernizzazione: percorsi cioè capaci di minimizzare e calibrare i sacrifici per diverse tipologie lavorative e familiari, di individuare esenzioni e salvaguardie, di definire con precisione le tutele che si possono abbassare e quelle da aggiungere. Negli anni Novanta il sindacato ha fatto proprio questo in alcuni momenti cruciali (pensiamo alla riforma pensionistica del 1995). È da quella stagione che bisognerebbe allora ripartire.