“Commenti&Analisi” Potere crescente prestigio calante (A.Padoa-Schioppa)

26/01/2005

    mercoledì 26 gennaio 2005

      LA RIFORMA DEGLI ORDINI PROFESSIONALI

        Potere crescente
        prestigio calante

          Antonio Padoa-Schioppa

            SI torna a discutere in questi giorni della riforma degli ordini professionali. Una corrente autorevole di economisti ed esperti giunge ad auspicarne l’abolizione o quanto meno il drastico ridimensionamento. Ritengo utile prospettare alcune linee che aiutino ad orientarsi sul tema.

              Occorre anzitutto distinguere tra ordini e semplici albi professionali. I primi hanno radici storiche risalenti perché hanno sostituito da oltre due secoli le corporazioni professionali: medici, avvocati, notai, ingegneri e architetti hanno mantenuto una propria articolata organizzazione interna locale e centrale. Un criterio non dissimile vale in definitiva anche per i magistrati, la cui carriera è (per ora…) gestita in autonomia dal Consiglio superiore della magistratura. E così pure per i professori universitari. Se l’accesso alla professione non è più determinato autonomamente dalla «corporazione» bensì regolato con legge dello stato, resta vero che poi le commissioni sono composte in larga prevalenza da esponenti delle rispettive professioni. Né potrebbe essere diversamente, perché l’accertamento tecnico delle conoscenze indispensabili all’esercizio della professione può farsi solo da chi la pratica. D’altra parte, una completa liberalizzazione sarebbe troppo rischiosa per la salute o per la sicurezza o per la tutela dei diritti dei singoli: se scelgo un negozio sbagliato posso riparare senza troppi danni, ma se il notaio mi roga una vendita con un atto viziato da nullità o il medico scambia l’infarto con l’indigestione ne va, rispettivamente, del mio patrimonio e della mia vita.

                Il potere di cooptazione è dunque regolato per legge. E qui molto ci sarebbe da dire, perché la legge – elaborata da un parlamento che dovrebbe rappresentare l’interesse generale, non interessi settoriali – è sempre più fortemente influenzata nei suoi contenuti dalle scelte e dalle pressioni degli ordini stessi. È stata la disciplina europea ad imporre una programmazione nel numero dei medici, dopo anni di indiscriminato accesso alla facoltà di medicina. E se i notai hanno da un secolo scelto di essere pochi e severamente selezionati (erano 7000 dopo l’unità, oggi non raggiungono i 5000), lo stesso non può certo dirsi per gli avvocati, che in pochi anni hanno più che raddoppiato i loro effettivi: oggi in Italia sono circa 140.000 e crescono al ritmo di circa 12.000 all’anno.

                «Troppi avvocati!», scriveva Piero Calamandrei nel 1921. Oggi i punti esclamativi dovrebbero essere almeno quintuplicati.

                  Questa nefasta tendenza del legislatore a tutelare non già l’interesse generale ma quello di una parte – numericamente cospicua, ma solo una parte; e non la migliore – dei componenti di singoli gruppi organizzati è un sintomo tra i più allarmanti della crisi delle moderne democrazie rappresentative. Davvero il numero programmato degli accessi è da respingere? Siamo certi che sia davvero necessario stabilire per legge i minimi delle tariffe professionali? E perché non valutare l’intelligente suggerimento di adottare una tariffa a forfait, che incentiverebbe a comprimere i tempi della lite con enorme vantaggio per la giustizia? I punti da discutere e sui quali eventualmente intervenire sarebbero molti.

                    C’è di più. Gli ordini, come pure il Consiglio superiore della magistratura e come le università, hanno mantenuto un potere formidabile: il potere di sanzionare e persino di escludere dai propri ranghi coloro che abbiano gravemente violato la deontologia professionale. Purtroppo di questo potere essi fanno un uso molto, troppo parsimonioso. E invece proprio su questo fronte – dimostrando cioè di essere più intransigenti con se stessi rispetto a qualsiasi censore esterno! – i magistrati, gli avvocati, i medici, i professori potrebbero recuperare, presso l’opinione pubblica, quella considerazione e quel prestigio di cui hanno assoluto bisogno per svolgere con autorevolezza le loro fondamentali funzioni.