“Commenti&Analisi” Politiche attive per evitare l’esodo (C.Dell’Aringa)

23/09/2003



      Martedí 23 Settembre 2003

      ITALIA-LAVORO


      Politiche attive per evitare l’esodo


      di CARLO DELL’ARINGA

      Il lungo ed estenuante dibattito sulle pensioni non sembra arrivare ad un punto fermo. Una cosa è comunque certa. La popolazione sta invecchiando ed è quasi inevitabile che lo stesso succeda anche alla forza di lavoro. Se questo, invece, non succede e se la forza lavoro non accetta di "ingrigire" anch’essa, e si ritira anzitempo dal mercato del lavoro, si riduce il numero di occupati rispetto alla popolazione dei consumatori, con evidenti effetti negativi sul consumo pro-capite e sul livello generale di benessere. Al di là delle molteplici soluzioni tecniche proposte, spesso complicate e contorte, questa è la semplice e dura realtà che ci troviamo di fronte, una sfida, che richiede per essere affrontata, che la forza lavoro "grigia" cresca anch’essa e che mantenga giuste proporzioni con la popolazione della stessa fascia di età.
      Ma se i lavoratori che si avvicinano a questa età vogliono andare in pensione alla stessa età con cui sono andati in pensione i loro padri e tutti coloro che li hanno preceduti nel corso del tempo, la sfida è persa in partenza. E le tendenze in corso non sono incoraggianti.
      Che fare quindi? Costringere i lavoratori "grigi" a continuare a lavorare con qualcuna di quelle soluzioni tecniche che si stanno escogitando? Quand’anche si trovasse un valido (e auspicabile) accordo, non basterebbe. Occorre anche che vi siano opportunità di lavoro. E, in ogni caso, sarebbe sempre meglio raggiungere gli stessi risultati offrendo opzioni, anziché imporre obblighi. Questo è quanto ci suggerisce non solo l’esperienza, ma anche semplici considerazioni di equità e di efficienza. Eppure questo lato della medaglia non è stato sinora sufficientemente considerato. Ed è sbagliato: infatti a nessuno sfugge l’importanza di queste considerazioni. La stessa Strategia Europea per l’Occupazione insiste su questo punto: la riforma rischia di essere monca se poi non si fa in modo che i lavoratori arrivino all’età della pensione con un impiego e un impiego dignitoso. Non è un mistero per nessuno che in tutto il mondo continuano ad essere utilizzati prepensionamenti, false pensioni di invalidità e sussidi di disoccupazione a tempo indefinito, per permette ai lavoratori "grigi" di arrivare alla sospirata età della pensione, quando sono a rischio di perdere il posto, o quando, disoccupati, non riescono a trovarne un altro.
      Anche dai dati dell’ultimo bel rapporto annuale dell’Ocse (Employment Outlook) risulta che il fatto di andare in pensione spiega sì e no la metà dei ritiri dei lavoratori "grigi" dal mercato del lavoro. Altre cause importanti sono l’invalidità (come in Danimarca, Finlandia e Olanda dove le pensioni di questo tipo abbondano), gli impegni familiari (le donne dei Paesi dell’Europa del Sud), la disoccupazione e altre cause non meglio precisate e che spesso nascondono, come in Italia, diffusi fenomeni di economia sommersa. Senza poi contare che fra i pensionati, si trova un discreto numero di prepensionati. È del tutto evidente che una politica di "attivazione", che favorisca sia le condizioni di domanda e di offerta di questa componente della popolazione in età lavorativa, è altrettanto se non più importante della riforma delle pensioni per aumentare il numero di occupati "grigi". Occorre una politica dell’occupazione, che sinora non c’è stata oppure c’è stata in misura non adeguata alla gravità del problema e all’importanza della sfida che ci troviamo di fronte.
      Sono diversi i fattori che inducono questi lavoratori a ritirarsi. Sul lato della domanda il problema principale è costituito dalla tendenza di molte imprese di sostituire gli anziani con i giovani. I primi, soprattutto quelli poco qualificati costano di più di quanto rendono, soprattutto rispetto a giovani, più istruiti, con competenze di base migliori o comunque più idonei e più disponibili ad affrontare periodi di addestramento e anche di apprendimento sul posto di lavoro. Coi ritmi attuali del progresso tecnico, le competenze acquisite sono soggette ad un veloce processo di obsolescenza e i lavoratori più anziani non hanno le capacità, gli stimoli e le opportunità per uscire da una condizione di inferiorità, che spesso si trasforma in una trappola (la trappola della produttività), da cui cercano di uscire accelerando il passaggio alla pensione.
      Il "life-long learning", che consiste in una strategia dell’apprendimento che abbraccia tutto l’arco della vita, è fondamentale per avviare una risposta di lungo periodo a questo problema che per molto tempo caratterizzerà le economie occidentali. Nel frattempo tutti gli strumenti di politica attiva del lavoro devono essere indirizzati verso la fascia "grigia" della popolazione per tenerla attaccata al mercato del lavoro: i servizi all’impiego, la formazione continua, i progetti speciali con eventuali incentivi finanziari rivolti alle frange maggiormente a rischio, gli interventi delle parti sociali sui luoghi di lavoro, gli incentivi finanziari a creare condizioni e ambienti di lavoro favorevoli, sono fra le misure che stanno ai primi posti della lista delle cose da fare, e da fare con impegno ed intensità maggiori di quanto sinora non sia stato fatto sinora. In definitiva il problema chiave è sempre lo stesso: come conciliare gli interventi diretti a proteggere i posti di lavoro, con la necessità di mantenere gli incentivi delle imprese a creare e a mantenere quegli stessi posti. Per tanti anni si è cercato di migliorare le condizioni di domanda ed offerta di lavoro dei giovani. Ora i giovani sono di meno e tutti devono studiare di più. È venuto il turno dei loro padri ad avere bisogno di un forte sostegno nel mercato del lavoro.