“Commenti&Analisi” Politica addio, è tempo di affari (A.Statera)

11/07/2005
    lunedì 11 luglio 2005

      Pagina 39 – Economia

      L´ANALISI

        Il pragmatismo economico, non la fedeltà di schieramento, determina le scelte degli ex "manager comunisti"

        Politica addio, è tempo di affari
        la "finanza rossa" cambia pelle

        Oggi ciascuno va per sé, ma le re-gole sono ambigue Prima i banchieri risponde-vano ai partiti di riferimento

          ALBERTO STATERA

          Contrordine, compagni, rompete le righe. Quel piccolo fusto di finanza rossa che allignava nell´orto del rachitico capitalismo italiano, spuntato con l´accento emiliano delle cooperative tra i grandi tronchi della finanza laica e di quella cattolica che hanno segnato nel bene e nel male mezzo secolo, trascolora in vermiglio, in rosa, in azzurro, persino in tricolore. Non sfugge al big-bang che in un paese dato da tutti in declino fa esplodere gli equilibri senza averne pronti di nuovi.

          Bologna, via Stalingrado, sarebbe stato meglio via Leningrado, in onore di Vladimir Ilic e della sua idea dei banchieri. E´ da qui che la sinistra, da sempre intimorita dai salotti buoni ormai defunti con Enrico Cuccia, dà la scalata – o crede di farlo – all´establishment del denaro. Non per il denaro in sé, ma per il potere, perché la politica esige consenso e il capitalismo chiede quasi sempre percorsi preferenziali alla politica per prosperare.

          E´ qui, in via Stalingrado, che siede Giovanni Consorte, abruzzese di Chieti, ingegnere chimico, l´uomo che, a costo della diaspora nella galassia rossa, o di qualunque colore sia diventata, tenta con Unipol, la terza compagnia d´assicurazioni italiana che lui ha fatto crescere negli ultimi anni, di dare l´assalto alla Bnl. Non importa con quali compagni di viaggio, siano finanzieri dalle oscure origini o lanzichenecchi del mattone, il capitalismo si fa spesso in cattive compagnie. E Consorte non è un fiore di campo, vegetale che cresce poco nel mondo degli affari. Il primo luglio scorso l´uomo di via Stalingrado è andato sotto processo a Milano per insider trading, con la richiesta della Consob di costituirsi parte civile, insieme al suo vicepresidente e amministratore delegato Ivano Sacchetti e al campione della finanza padana Emilio Gnutti per una faccenda di bond comprati e rivenduti in modo sospetto. E´ innocente, ci mancherebbe, finché non ci sarà – se ci sarà – una sentenza passata in giudicato. Tanto che Piero Fassino, l´ala meno "bancaria" dei diesse, ha già sdoganato il progetto della finanza "rosa": "Non vedo perché una grande compagnia assicurativa come Unipol non possa essere presente in modo più massiccio nel settore bancario se questo corrisponde ai suoi interessi aziendali". I compagni di viaggio? Un immobiliarista vale un costruttore d´automobili, purché sia trasparente. Parole sante: purché sia trasparente.

          Siena, Rocca Salimbeni, mentre Trecciolino, al secolo il fantino Luigi Bruschelli, vinceva con Bruco il suo nono Palio, al Monte dei Paschi si abbandonava definitivamente Unipol nella sua partita bancaria e si consumava così lo strappo con i vertici dei diesse, si approfondiva il solco che ha spesso diviso i senesi da Massimo D´Alema.
          A Siena ci sono tre categorie di persone: quelle che lavorano al Monte dei Paschi, quelle che sono pensionate del Monte dei Paschi e quelle che aspettano di essere assunte dal Monte dei Paschi. Per cui non c´è D´Alema o Fassino che tengano, decidono i senesi, che in questa partita hanno dalla loro Franco Bassanini e Giuliano Amato.

          All´indomani delle elezioni che portarono la sinistra al governo, D´Alema , che da tempo s´interrogava su come modernizzare l´oligarchico capitalismo italiano, volle riunire a Siena i maggiori banchieri. Molti di loro capirono il messaggio, capirono soprattutto che i comunisti non c´erano più. Ma i senesi, i suoi compagni, storsero il naso quando – racconta un testimone – il capo del partito di maggioranza relativa li strigliò, raccontando che se lui andava in America, toccava un tasto e fluivano milioni di dollari, mentre a Siena le cose giravano ancora in modo feudal-municipale; non disse massonico. Anni dopo, D´Alema spedì a Siena da Lecce, dalla Banca del Salento entrata nell´orbita senese, il direttore generale Vincenzo De Bustis, accompagnato dalla factotum Rosanna Venneri, col progetto di creare un vero polo finanziario vicino alla sinistra con il Monte, l´Unipol e, per l´appunto, la Bnl. Ma quel forestiero nato a Roma, a Rocca Salimbeni proprio non lo sopportavano e il progetto attribuito a D´Alema ancora di meno. Così i poteri cittadini crearono intorno all´uomo che veniva dal Salento un reticolato e, appena poterono, lo espulsero, anche sull´onda della spericolata operazione dei prodotti finanziari denominati My Way e 4 you.

          Oggi De Bustis è il numero uno di Deutsche Bank in Italia, ha fatto l´operazione Piaggio con Roberto Colaninno, fa grandi affari con gli enti locali, ha avuto il mandato per l´aumento di capitale di Wind e di Alitalia, continua a finanziare la Fondazione Italianieuropei di D´Alema. Ma le sue frequentazioni sono più a destra che a sinistra.

          Il rapporto di D´Alema col denaro e col mondo degli affari è laico, non ha nulla della vecchia retorica moralista del Pci, per cui non stupisce che accetti e sproni gente nuova, capace di smuovere i vecchi basalti, come diceva Goethe. Non stupisce che oggi consideri Caltagirone un interlocutore importante nel mondo degli affari. Ma il disegno che coltivò a Palazzo Chigi era fin troppo ambizioso: da una parte arbitrare la partita in corso nel vecchio salotto buono, dall´altra aiutare la creazione di nuovi gruppi capitalistici, come quello dei "capitani coraggiosi" all´assalto di Telecom, la nuova razza padana di Roberto Colaninno e Chicco Gnutti, che in qualche modo era stata tenuta a battesimo nel piccolo salotto buono padovano dell´Antonveneta di Silvano Pontello, un banchiere che aveva mosso i primi passi con Sindona, ai tempi del referendum sul divorzio, che vide il bancarottiere siculo schierato finanziariamente con il segretario della Dc Amintore Fanfani.

          Un venerdì di aprile del 1999 D´Alema aveva incontrato Enrico Cuccia nel salotto romano del giovane Alfio Marchini, che col vecchio signore di via Filodrammatici aveva costruito un buon rapporto, forse nel ricordo del nonno Alfio senior, costruttore rosso, ma gradito al Vaticano. Parlano di Telecom e della scalata del ragioniere mantovano. Uscendo dall´incontro, D´Alema dice mirabilia dell´intelligenza di quel signore novantenne. Cuccia invece convoca Maranghi e, sbuffando che ormai tutti vogliono fare i banchieri d´affari, lo incarica di chiamare Colaninno. Telecom, la madre di tutte le privatizzazioni, si fa, con il supporto di Federico Imbert della J. P. Morgan, e di Alessandro Mitrovich, di Royal Bank of Scotland, che ora tornano a garantire la leva finanziaria per le nuove operazioni della razza padana.

          Il resto è storia recente. Scomparsi Cuccia e Agnelli, scomparso anche Giovannino Agnelli, sul quale D´Alema aveva puntato come possibile nuovo campione del capitalismo delle famiglie, nei quattro anni di berlusconismo i pochi punti di equilibrio, di sintesi del capitalismo si sono disgregati. L´Italia non è più catto-comunista, come si diceva una volta, ma non è neanche liberista. Nella prima Repubblica le banche e le assicurazioni erano pubbliche, gli uomini di comando rispondevano ai partiti di riferimento. Ora ciascuno va per sé, non c´è piano regolatore che tenga. Niente di male, ma le regole sono ambigue.

          Non più capitalismo oligarchico, non bipolare, non tripolare, nè multietnico. Non più finanza laica, finanza cattolica, finanza rossa, ma finanza trasversale. L´uomo di via Stalingrado, come gli uomini di Rocca Salimbeni non si fanno più arbitrare dalla politica. Consorte, in fondo, fa quel che vuole. D´Alema dice che i nostri capitalisti sono fragili se i loro salotti si fanno spaventare da un Ricucci qualsiasi. Non dice che la politica è altrettanto fragile. Nascono le operazioni finanziarie sulla base del pragmatismo economico, come è giusto, e la politica spesso si adegua.

          Ma attenti, ha avvertito Alessandro Profumo, il banchiere osannato da tutti per la fusione Unicredit Hvb, se il centrosinistra vuole governare ci deve dire cosa vuol fare. Vuole ridisegnare il sistema finanziario ? Allora faccia in fretta, il tempo è poco, se non vogliamo disperdere la residua credibilità internazionale. Se non lo si fa, il capitalismo italiano sarà un campo di battaglia dove, come spesso è capitato, vince chi usa armi improprie.