“Commenti&Analisi” Più pensioni per i ricchi (N.Cacace)

29/10/2003



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  Il commento


29.10.2003
Più pensioni per i ricchi

di 
Nicola Cacace


 Lo scontro sulle pensioni non è solo sociale, economico e politico, è molto di più. È uno scontro su due visioni opposte di concepire la solidarietà e l’eguaglianza, i diritti inalienabili di tutti, istruzione, salute e pensioni così come si sono affermati nell’Europa del XIX e XX secolo. La previdenza sociale come noi la conosciamo è contrassegnata da alcune date storiche: alla fine del XIX secolo l’introduzione delle assicurazioni sociali nella Germania di Bismarck, durante la grande depressione del 1929-36 l’approvazione del Social Security Act negli Usa del New Deal, nel 1942 l’approvazione in Gran Bretagna del piano Beveridge di previdenza sociale e di assicurazione sanitaria obbligatoria e gratuita per tutti. Comune a questi sistemi, diffusisi poi in Europa e nel resto del mondo industriale era l’attribuzione allo Stato del compito di garantire a tutti una vecchiaia in salute e fuori dalla spirale della povertà.

L’introduzione in Cile nel 1981 di un sistema pensionistico a capitalizzazione, obbligatorio, privatamente gestito, sostitutivo di quello pubblico a ripartizione, attuato con la consulenza degli economisti americani di Harvard, segna un’altra data storica, di involuzione questa volta, della previdenza sociale.
Il modello cileno ha fatto scuola e in un paio di decenni, dopo l’avvento della Thatcher in Gran Bretagna e di Reagan in America il sistema previdenziale e sanitario si è trasformato radicalmente in molti paesi industriali: per le pensioni, la componente pubblica e solidaristica è diventata sempre più piccola a favore di una componente privata “a capitalizzazione” mentre la Sanità è diventata sempre più privata e con copertura sempre più limitata ai ceti abbienti.

I risultati di queste esperienze sono sotto gli occhi di tutti. Per la Sanità basta leggere i rapporti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per scoprire che l’America oggi spende il doppio dell’Europa (spesa sanitaria pari al 15% del Pil contro il 7,5%) e, oltre ad avere 50 milioni di cittadini privi di copertura sanitaria (non hanno la pubblica, perché non sono abbastanza poveri e non hanno la privata, perché non possono pagarsela) ha dati di mortalità infantile e di durata di vita peggiori dell’Europa (+25% la mortalità infantile e due anni di vita media in meno dell’Europa).
Per le pensioni la situazione è anche peggiore. La Social Security americana garantisce a 65 anni a tutti i lavoratori pensioni mediamente pari al 35% del salario, mentre la pensione integrativa privata, secondo i dati 2001 dell’US Department of Labor, è garantita solo al 50% dei 110 milioni di lavoratori americani, quelli in grado di pagarsi una assicurazione privata. E gli altri? “Americani in pensione ad 80 anni”. È il titolo di un articolo di Ennio Caretto su il Mondo (10.10.03) che spiegava come per il crollo delle azioni (dei fondi pensioni privati) e la continua riduzione del Welfare gli americani devono continuare a lavorare in vecchiaia per pagarsi cibo e medicine.

La situazione inglese è anche peggiore se si considera com’era solo vent’anni fa. Oggi la “personal pension”, pensione a capitalizzazione privata che ha sostituito, dall’avvento della Thatcher la previdenza pubblica è in grado di assicurare appena il 20% della retribuzione, che sommato ad un altro 20% mediamente assicurato dai magri contributi obbligatori privati ha determinato la nascita di una nuova categoria di pensionati i “poor retired”; il 37% dei pensionati inglesi è oggi sottoposto alla “prova dei mezzi”, la prova per ottenere l’assistenza per i poveri (R. Artoni – A. Casarico, Università Bocconi, Note sulla previdenza integrativa, maggio 2003). E la cosa è presto spiegata, oggi la Gran Bretagna è il paese, con l’America, che spende per pensioni pubbliche, meno della metà del 10% del Pil che mediamente spendono i paesi europei.

Cosa c’entriamo noi col modello cileno, noi che nel 1995 abbiamo fatto la Riforma Dini – che a regime pagherà pensioni intorno al 50%- 60% dell’ultima paga, solo sulla base dei contributi versati – e che oggi siamo minacciati dalla contro riforma Berlusconi-Maroni? Si dice che spendiamo troppo in pensioni, il 13,5% del Pil contro una media europea del 10,5%, dimenticando che almeno tre punti della spesa sono assistenziali e non previdenziali, per l’indebito inserimento del Tfr (1,4 punti di Pil), per l’inclusione delle trattenute fiscali (circa 2 punti del Pil), per le pensioni minime di assistenza, etc. E dimenticando che invece la spesa sociale complessiva italiana è inferiore alla media europea. Noi c’entriamo perché se mettiamo insieme le controproposte governative, allungamento dell’età pensionabile e contributiva, rispettivamente a 65 ed a 40 anni (per i maschi), i 40 anni di contributi che diventano obbligatori per le pensioni d’anzianità, la decontribuzione per i giovani e l’obbligo di devolvere il Tfr a fondi privati, si vede chiarissimo il disegno di privatizzare la previdenza, di seguire anche in Italia la via americana e inglese, anzi la via cilena. L’abolizione delle pensioni d’anzianità praticamente decretata dalla controriforma governativa non ha alcuna giustificazione logica – dato che con la riforma Dini le pensioni d’anzianità sono funzione di due dati, i contributi versati e l’età di pensionamento – se non quella di eliminare l’unico ammortizzatore sociale oggi funzionante. E dove andranno domani i cinquantenni espulsi dalle aziende senza né paga né pensione d’anzianità? Il tutto sarebbe incomprensibile se non lo si legasse all’altra pretesa della controriforma, l’obbligo di cedere il Tfr ai fondi privati. Solo chi ha in mente il modello cileno di capitalizzazione privata integrale poteva presentare proposte simili. Si vuole gradualmente abolire la previdenza pubblica sostituendola con una privata. Se le pensioni costano troppo è solo perché sulla previdenza di 10 milioni di lavoratori dipendenti che pagano per intero i contributi pieni, ci sono altri 5 milioni di lavoratori dipendenti, dell’agricoltura, dell’artigianato e del commercio che pagano ancora contributi inferiori, e perché non si vuole addebitare alla fiscalità generale le relative spese. Si dice che oggi i vecchi tolgono ai giovani. Non è vero! È vero invece che la solidarietà di 57 milioni di cittadini è pagata solo da 10 milioni di essi, i soliti noti. È semmai la controriforma che dando agli anziani, a quelli che le aziende vorranno tenere, incentivi a rimanere al lavoro toglierebbe spazi ai giovani, come sarebbe la controriforma a varare una nuova categoria di lavoratori, quelli che pur lavorando 40 anni e più in spezzoni di regime, collaboratori CoCoCo e altri lavori precari, la cui previdenza oggi non è sempre totalizzabile, arriverebbero ai fatidici 65 anni senza alcun diritto alla pensione non essendo riusciti ad accumulare contributi validi e cumulabili pari ai 40 anni di contribuzione obbligatoria. Purtroppo il martellamento dei Media, anche di quelli vicini all’Ulivo, confonde talvolta le carte con titoli del tipo “Non dire solo No” o “Non basta dire No” (tra gli altri la Repubblica del 25 ottobre). Sono prediche moralistiche di chi conosce poco o niente della riforma Dini, del cattivo sistema italiano di contabilità delle spese sociali e della storia della previdenza in Italia, in Europa nel mondo. Per questa disinformazione la battaglia unitaria dei sindacati contro i sostenitori della controriforma non è facile. Personalmente, anche a giudicare dal successo dello sciopero del 24 ottobre, penso che gli italiani abbiano compreso contenuti e portata dello scontro meglio di molti esperti e che in definitiva essi non sono tutti stupidi.