“Commenti&Analisi” Più ore di lavoro non vogliono dire più produttività (A.Recanatesi)

12/12/2005
    lunedì 12 dicembre 2005

      Pagina 19 – Economia e Finanza

      I CONTI IN TASCA

        Più ore di lavoro non vogliono dire
        più produttività

          Ritorna sul tappeto il tema del sabato, ma per aumentare
          la competitività le imprese italiane devono sfornare
          prodotti più innovativi e con un maggior valore aggiunto

          di Alfredo Recanatesi

            TORNARE a lavorare anche il sabato? Il tema non è poi tanto nuovo, per cui è opportuno fare un passo indietro. Quando era vice-presidente della Confindustria, nei quattro anni di gestione D’Amato, Guidalberto Guidi si caratterizzò per un tema forte, tanto forte da stupirsi che vi fosse chi non lo condividesse. Il tema era che, se non fosse stata accresciuta la flessibilità del lavoro, se non fosse stato aumentato l’orario previsto dai contratti, se i salari fossero aumentati – e via con tanti altri di questi «se» – le imprese sarebbero emigrate in Romania dando ai rumeni il lavoro che sarebbe stato tolto agli italiani. Osservammo allora che, se quelle imprese non erano in grado di reggere gli standard che l’Italia aveva raggiunto – in termini di condizioni di lavoro, di stipendi e salari, di orari, di tutele, di previdenza – e, dunque, avessero inseguito altrove le condizioni operative che l’Italia aveva superato a dir poco da trenta o quarant’anni, che vi andassero pure perché l’Italia aveva la legittima ambizione di mantenere standard di vita superiori a quei Paesi.

            Ora quella campagna di opinione è ripresa con l’attuale vice-presidente della Confindustria, Bombassei, il quale ha sostenuto, appunto, la necessità di tornare a lavorare il sabato per accrescere la produttività e, dunque, la competitività delle produzioni italiane notoriamente in crisi. Guidi non ha perso l’occasione per dire la sua, ma andando al dilà, giudicando la tesi corretta ma debole, e rilanciando: non solo sabato e settimana lavorativa di 40 ore (meglio ancora sarebbe di 44, ha detto!), ma anche meno ferie. Ed ecco l’argomentazione: «In Italia il costo del lavoro è di 20 euro, nell’Europa dell’Est, dove si lavora 48 ore la settimana, è di 0,5 – 0,6; la tassazione sulle imprese è del 15-19% e pensano di tagliarla ancora, da noi è più del doppio. Ecco perché le aziende manifatturiere delocalizzano oppure falliscono». All’apparenza ferree, queste argomentazioni in realtà non lo sono affatto per almeno due ordini di motivi. Il primo è che, quand’anche le sue tesi potessero essere integralmente accolte, il divario che lui stesso cita – 20 euro contro 0,5 – 0,6 – non verrebbe colmato che in minima parte: a parità di ogni altra condizione, con la settimana di 44 ore il costo orario scenderebbe a 16,4 euro. Il problema dunque rimarrebbe tutto. Che si dovrebbe fare, allora? Continuare su questa strada fino a quando gli italiani non si adattassero a vivere come i romeni? La domanda, non nuova, rimane in attesa di risposta.

            Seconda considerazione. La produttività è la resa dell’unità di lavoro in termini di prodotto vendibile. Dell’ora lavorata, non del lavoratore. Di conseguenza, un aumento dell’orario a parità di salario determina una riduzione del costo del lavoro, non un aumento della produttività. Questa è bassa in Italia perché il lavoro viene impiegato dalle imprese per fare prodotti di poco valore che possono essere fatti, a costi infinitamente più ridotti, in Romania o in Cina, magari dalle stesse imprese italiane. La produttività aumenta se si impiega il lavoro per produrre beni più sofisticati e ricchi. Sta alle imprese, dunque, investire in questo senso; una alternativa non c’è. Le (poche) imprese impegnate nell’elettronica militare, o nelle nanotecnologie, nelle macchine utensili più sofisticate, nella elicotteristica, o la stessa impresa di Bombassei (la Brembo) hanno una produttività elevata, non hanno il problema del sabato, certo non temono la concorrenza della Cina né avrebbero convenienza a trasferirsi in Romania.

            E allora, per le (poche) imprese più evolute, in grado di sostenere le attuali condizioni operative, un aumento dell’orario settimanale per ridurre (nella ipotesi più estrema) il costo unitario del lavoro a 16,4 euro si tradurrebbe solo in un aumento dei profitti; mentre per le imprese che queste condizioni non sono in grado di sostenerle non cambierebbe nulla, perché, contro il mezzo euro dell’Europa dell’est, anche 16,4 euro rappresentano un costo insostenibile.