“Commenti&Analisi” Perché non ripensare a una grande riduzione degli orari? (C.Casalini)

05/05/2004






 
   



5 Maggio 2004
POLITICA




 


              LAVORO POLITICO
              Perché non ripensare a una grande riduzione degli orari?

              CARLA CASALINI

              Riemerge dal passato, dalle sue più felici intuizioni sul «tempo» del lavoro, incarnatesi poi in mobilitazioni e proposte, troppo presto sepolte da (quasi) tutti nel silenzio, un
              suggerimento quanto mai attuale a proposito del «lavoro precario». Questione al centro della grande manifestazione del Mayday, ma per altro verso in gioco anche nelle estenuanti contese per strappare qualche improbabile azione «positiva» al governo delle destre da parte dei sindacati confederali (non proprio innocenti, per altro, sulla passata introduzione del lavoro precario in Italia). E se dalla Cgil si insiste sulle norme contro il «lavoro irregolare» in agricoltura, stigmatizzando la «crescente flessibilità degli ultimi anni» (al che ci tocca ricordare che, prima, la stessa Cgil con Nidil, firmò per l’estensione «sperimentale» del lavoro in affitto in agricoltura); la Cisl intanto tenta di spuntare qualche spicciolo in più dai magrissimi «ammortizzatori sociali» in discussione prossima al senato nella delega 848 bis (dove, come ben si sa, c’è anche la «modifica» dell’art.18 sui licenziamenti, accettata da questo sindacato nell’accordo separato con Berlusconi sul Patto per l’Italia).

              In questo scenario arriva il suggerimento: «invece di rassegnarsi alle disuguaglianze prodotte dalla crescente precarizzazione dei rapporti di lavoro», sarebbe forse proficuo affrontare «il tema di un più appropriato governo degli orari» che, attraverso la contrattazione, «non dovrebbe escludere dal proprio orizzonte anche una diversa e socialmente più equa redistribuzione» del lavoro disponibile. «Non dovrebbe»: forma garbata, sottolineatura tagliente di una questione bruciante, come è costume di Pierre Carniti, che ne scrive su Eguaglianza & Libertà, rivista on line di «critica sociale» (www.eguaglianzaeliberta.it).

              Come si spiega, esordisce Carniti, il paradosso italiano di un’economia che ristagna da quasi tre anni «e proprio in questi tre anni l’occupazione è cresciuta»? Per esempio, vedendo quali «servizi» hanno assorbito l’occupazione ridottasi nell’industria: «soprattutto quelli a bassa o inconsistente qualificazione», con i conseguenti lavori sottopagati. Dai call center, «una sorta di occasionale sottoprodotto della deindustrializzazione». A ristorazione, lavanderie, palestre, discoteche e consimili: ossia soprattutto servizi che «si contendono i consumi di quanti (in virtù di una incerta combinazione di fortuna e merito) partecipano ancora alla produzione della ricchezza e al primo stadio della sua distribuzione».

              Il procedere arguto e stringente di Carniti esamina poi l’effetto dei propagandati «incentivi fiscali e contributivi» per la creazione di lavoro. Che possono essere serviti a far emergere lavori in nero preesistenti, ma certo non si tratta di «nuovo lavoro». Quanto al più massiccio aumento di occupazione dovuto alla «crescita abnorme» di contratti «atipici», anche qui nessun aumento di lavoro: semplicemente, una «ripartizione tra un maggior numero di persone» della quantità di lavoro precedente. Smentiti, dunque, sia le «spericolate» assicurazioni padronali sulle ricette della flessibilità, sia lo «sconsiderato» trionfalismo governativo sulla «crescita» dell’occupazione: «più indicativa di un declino economico che di un aumento del lavoro».

              Di qui la conclusione di Carniti, e il suggerimento: di fronte a un’«economia senza bussola» sospinta sempre più ad arrangiarsi che a crescere, la redistribuzione del lavoro esistente potrebbe essere fatta in ben altro modo: invece che accettare crescente precarizzazione e diseguaglianze, sarebbe più opportuna, e socialmente più «equa», «solidale», la via di una generale riduzione dell’orario di lavoro.