“Commenti&Analisi” Perché aspettare il 2008? (T.Boeri)

03/10/2003

      Venerdí 03 Ottobre 2003

      Le ragioni della gradualità





      Perché aspettare il 2008?
      di TITO BOERI

      Il Presidente del Consiglio, nel suo appello a reti unificate, ha sostenuto che la riforma delle pensioni è improcrastinabile e che va necessariamente messa in atto in modo graduale. Affermazioni entrambe condivisibili. Ma la riforma elaborata dal Governo non è affatto graduale mentre procrastina al 2008 ogni intervento di riduzione del disavanzo previdenziale. Non è graduale perché prevede un drastico inasprimento dei requisiti d’accesso alle pensioni di anzianità, nella notte tra il 31 dicembre 2007 e il 1° gennaio 2008. Anziché non procrastinare, rinvia poi di più di quattro anni ogni intervento di risanamento del sistema previdenziale.
      Le proiezioni della Ragioneria dello Stato non prevedono alcun impatto della riforma fino al 2008. E vi sono fondate ragioni di ritenere che, fra fughe verso le anzianità scatenate dagli effetti di annuncio e minore gettito a seguito del superbonus, i conti previdenziali potrebbero addirittura peggiorare da qui ad allora. Molti commentatori su queste colonne hanno già spiegato perché la riforma del nostro sistema pensionistico è improrogabile. Vale, invece, la pena di soffermarsi sul perché le riforme previdenziali devono procedere con una certa gradualità. Tre le ragioni per farlo: si deve permettere l’aggiustamento del mercato del lavoro; bisogna contenere le fughe scatenate dal terrore di essere vittime del provvedimento; si deve ridurre, anche per ragioni di consenso politico, le disparità di trattamento che ogni riforma di regole in essere viene a comportare. Partiamo dal mercato del lavoro. Come giustamente nota Pietro Garibaldi sul sito www.lavoce.info, la riforma sembra completamente ignorare la domanda di lavoro. Non è affatto scontato che vincolare le imprese, di punto in bianco, a tenersi qualcosa come circa mezzo milione di lavoratori in più, con mediamente 58-59 anni di età, non comporti spiazzamento di lavoratori più giovani. Il fatto che le imprese utilizzino spesso i pensionamenti di anzianità per ridurre gli organici è un segnale non solo delle distorsioni oggi presenti sul nostro mercato del lavoro, ma anche del fatto che si tratta spesso di impieghi a bassa produttività. Soprattutto "a ridosso" del 2008 i costi per le imprese sono destinati ad aumentare e queste, con tutta probabilità, si potrebbero rifare, per contenere gli organici, sui lavoratori più giovani. Meglio dunque procedere lentamente nell’innalzamento dei requisiti contributivi e anagrafici per l’accesso alle pensioni. Come è stato fatto sin qui nel nostro Paese (dove i requisiti contributivi sono stati innalzati alla velocità massima di un anno ogni due). Lo stesso approccio adottato dalla riforma previdenziale che dovrebbe varare il Governo Schröder, che prevede un mese in più all’anno. La seconda ragione per procedere gradualmente è che una riforma che innalzi bruscamente i requisiti per andare in pensione – nella fattispecie impone un allungamento mediamente di tre anni della vita lavorativa – scatena nelle generazioni esentate dalla normativa il sacro terrore di venire alla fine messe dentro anche loro nel calderone. Non approfittare delle opportunità lasciate aperte fino al 2008 per andare in pensione può rivelarsi un errore pagato a caro prezzo. Meglio, allora, non correrlo questo rischio. Che non è poi così remoto se si pensa a quanto spesso i Governi cambiano la loro idea sulle pensioni o intervengono per riparare errori o limiti delle riforme precedenti. La terza ragione per contemplare gradualità negli interventi è che è opportuno spalmare i sacrifici imposti dal risanamento su più classi di età onde evitare che la manovra penalizzi in modo eccessivo alcune generazioni di lavoratori. Nel caso della riforma proposta dal Governo, le coorti colpite sono quelle nate tra il 1953 e il 1957 oltre che quelle che hanno già pagato con il passaggio al sistema contributivo introdotto dal regime Dini. L’iniquità viene poi accentuata dal fatto che le generazioni sin qui risparmiate dalla Dini si ritroveranno un consistente premio (pari a circa un terzo della busta paga) nel caso decidessero di rimanere comunque al lavoro. Concentrare su poche generazioni i tagli può apparire opportuno per ragioni di consenso politico, perché riduce il numero di potenziali oppositori dell’intervento. È una delle lezioni che si può trarre dalla fallita riforma Berlusconi del 1994, che colpiva tutti indiscriminatamente, al contrario della Dini approvata l’anno successivo. Ma quando una riforma è palesemente iniqua, la causa delle generazioni colpite può trovare molti difensori disinteressati, in aggiunta a coloro i cui piani di pensionamento vengono bruscamente alterati e alle loro famiglie. Ma è proprio qui il problema. Per non essere iniqui e poter intervenire con gradualità non si può aspettare il 2008. Dal 2013 in poi, infatti, l’innalzamento dei requisiti contributivi o anagrafici, oltre a non portare a risparmi di rilievo, penalizzerà chi ha già pagato con il varo del sistema contributivo. Per questo occorrerebbe partire subito, con interventi non coercitivi, che anticipino l’entrata in vigore del metodo contributivo. Si tratta di graduare premi e disincentivi rendendo conveniente, anziché imporre, la continuazione dell’attività lavorativa dopo i 57 anni, così come avverrà comunque dal 2013 in poi, quando cominceranno a entrare in vigore le norme della riforma Dini.