“Commenti&Analisi” Per i diritti la Cgil scelga il sì – di G.P.Patta

18/02/2003



18 febbraio 2003


        ARTICOLO 18
        Per i diritti la Cgil scelga il sì


        GIAN PAOLO PATTA*

        *segretario confederale della Cgil

        La Cgil ha raccolto 5.300.000 firme a sostegno di progetti di legge per l’estensione dei diritti ai lavoratori che attualmente ne sono privi e a sostegno di referendum abrogativi della delega sul lavoro e delle modifiche avanzate dal governo Berlusconi all’articolo 18. Nei prossimi giorni, in coerenza con questo impegno, dovremo avanzare delle proposte di legge sui collaboratori coordinati e continuativi nonché sull’estensione della reintegrazione nel posto di lavoro per i lavoratori ingiustamente licenziati nelle aziende che occupano meno di 15 dipendenti.

        Mentre sul primo disegno di legge, nel direttivo della Confederazione è già maturata una intesa unitaria, appare più problematica la seconda. Questa incrocia inevitabilmente il referendum abrogativo della soglia dei 15 dipendenti che separa i lavoratori garantiti da quelli che non lo sono. Sarebbe un buon risultato l’approvazione, da parte del Parlamento, di una legge positiva prima del voto referendario. Una legge però eviterebbe il referendum solo nel caso in cui estendesse i diritti nella direzione voluta dal referendum: occorre tenere in debito conto che la Consulta ha dichiarato con nettezza che il referendum si propone l’estensione della tutela reale, in parole povere la reintegrazione nel posto di lavoro. Qualsiasi legge che non estendesse la tutela reale sarebbe accorpata al referendum, il cui quesito verrebbe appositamente riformulato.

        Questo vale anche per la 848 bis, qualora il Governo decidesse di approvarla prima del voto. La proposta di legge che la Cgil si appresta ad avanzare dovrà essere coerente con questo presupposto: non solo, o non tanto, in ossequio al dettato costituzionale, ma soprattutto per coerenza con quella straordinaria mobilitazione del 2002 che si è sviluppata all’insegna di «diritti per tutti». Ricordiamo lo slogan «tu sì, tu no»?

        Dai sondaggi emerge l’esistenza di una maggioranza a favore del sì all’estensione dell’articolo 18, maggioranza che è composta sia da elettori dei partiti di opposizione sia di quelli di governo; sia da lavoratori dipendenti che da lavoratori autonomi. È un referendum che unisce tutti i lavoratori e i democratici.

        Questo consenso della società civile (paragonato non a torto a quello sul referendum sul divorzio) va ascritto alle mobilitazioni della Cgil, all’efficacia della sua campagna sull’estensione dei diritti, vissuti nella coscienza di una parte importante della popolazione italiana come fondamento della democrazia e della libertà.

        Sul referendum è stato detto che produrrebbe effetti nefasti sull’economia: chi sostiene questa tesi pensa ad un’economia che compete sui costi e sui diritti. E’ una idea che stride con quella più moderna, prevalente, che ritiene invece che la crescita delle dimensioni aziendali e una emersione del sommerso siano un forte fattore di sviluppo e non di arretratezza. Proprio in un paese come il nostro, dove lo Stato è debole con i forti e non garantisce che essi applichino leggi e contratti, anzi i vari condoni indicano come sia forte la comprensione verso l’illegalità delle classi più agiate, solo lavoratori che possono serenamente pretendere l’applicazione delle leggi e dei contratti senza il timore di essere licenziati dalla sera alla mattina arbitrariamente, possono dare un contributo decisivo all’emersione dell’economia in nero. E’ certo che l’affermazione dei sì costituirebbe una spinta di progresso sociale, civile ed economico notevole. Non è vero, come emerge dai sondaggi, che ci sarebbe una grave rottura con i lavoratori autonomi, intanto perché solo in un milione di imprese ci sono lavoratori alle dipendenze e in secondo luogo perché una parte dei lavoratori autonomi a volte diventano dipendenti proprio alle condizioni più precarie.

        Penso che la Cgil debba, coerentemente con la battaglia sviluppata, che ha comportato sinora 26 ore di sciopero, produrre una legge estensiva e qualora il Parlamento non l’approvasse in tempi utili, fare una grande campagna per il si.