“Commenti&Analisi” Per accelerare la crescita servono scelte coraggiose – di C.Dell’Aringa

02/05/2003




              Giovedí 01 Maggio 2003


              Per accelerare la crescita servono scelte coraggiose
              di Carlo Dell’Aringa

              In quali condizioni si trova il mercato del lavoro italiano? Quali effetti hanno prodotto le tendenze che si sono manifestate in questi ultimi anni? Quali le prospettive future? Il giudizio non può che essere articolato e non può sottrarsi alla classica distinzione tra bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto. Se noi guardiamo all’evoluzione degli ultimi anni, ci troviamo di fronte al bicchiere mezzo pieno. Il giudizio non può che essere positivo se si considera che l’occupazione è aumentata di quasi due milioni di posti, la disoccupazione è diminuita dai livelli a due cifre cui si era sostanzialmente stabilizzata all’inizio degli anni 90, è aumentata l’occupazione femminile, è diminuita la disoccupazione di lunga durata. In questi anni si era arrestato (e persino invertito) quel fenomeno di labour saving che aveva caratterizzato il processo di crescita dei vent’anni precedenti. Per due decenni infatti le pressioni salariali prima, e le rigidità del mercato poi, avevano indotto le imprese ad adottare tecniche produttive tendenti a sostituire lavoro con capitale. Il risultato di questi comportamenti e di queste dinamiche del mercato è stato quello di privare quasi del tutto il processo di crescita di effetti positivi sul fronte occupazionale. Per molto tempo lo sviluppo si è alimentato di aumenti della produttività del lavoro e molto poco di aumenti dei posti. Con l’accordo sulla politica dei redditi del 1993 e con le riforme della legislazione e delle politiche del lavoro del 1996-97, il mercato ha cominciato a funzionare in modo diverso. Le imprese si sono dimostrate progressivamente più inclini ad assumere lavoratori. Improvvisamente si è quasi invertito il processo precedente e si è cominciato a sostituire capitale con lavoro e a seguire gli orientamenti contenuti nel Libro Bianco di Jacques Delors, che invitava i Paesi membri ad aumentare il contenuto occupazionale del processo di crescita. Questi orientamenti sono stati in seguito tradotti nel processo di Lussemburgo e nella Strategia europea per l’occupazione adottata nel 1997 dalla Comunità Europea. Questa Strategia è stata poi e realizzata con successo in molti Paesi europei. L’Italia, infatti, non è l’unico Paese ad aver realizzato buone performance occupazionali. In altri Paesi si sono sperimentati successi anche maggiori. Ad esempio in Irlanda, in Danimarca, in Olanda e nel Regno Unito la crescita del Pil è stata tale da rendere possibile sia aumenti dell’occupazione sia incrementi consistenti della produttività del lavoro. La performance di certe economie è stata veramente eccezionale. E veniamo ai giorni nostri ed alle prospettive che si aprono davanti a noi. Qui appare il bicchiere mezzo vuoto. L’Italia è fra i Paesi che ancora sono lontani dall’obiettivo della piena occupazione. Molto è stato fatto ma molto rimane da fare per raggiungere gli obiettivi di Lisbona (tassi di occupazione totali, femminili, e per i lavoratori anziani molto più elevati di quelli attuali). Altri Paesi, come la Spagna, sono nelle nostre condizioni: hanno fatto bene, ma molto rimane da fare. Altri ancora si dibattono in problemi che negli ultimi tempi si sono molto aggravati. La Germania ha raggiunto ormai livelli di disoccupazione che mai avevano toccato in passato. Pure la Francia è, per certi versi, in difficoltà. Ai riflessi di carattere congiunturale legati alla crisi economica che non accenna a calare d’intensità, si aggiungono i problemi strutturali che questi Paesi hanno solo in parte affrontato e che, in buona misura, sono ancora da risolvere. I problemi strutturali che vanno risolti per aumentare il potenziale di crescita sono quelli che la stessa Strategia europea ci ricorda (soprattutto nella nuova versione che essa riveste da quest’anno): allungare la vita attiva (sempre di più importante per una popolazione che invecchia); aumentare l’offerta d’impiego con opportuni incentivi ("make work pay"); politiche che permettano alle donne di conciliare il lavoro con l’attività domestica; estensione della flessibilità per stimolare nuovi rapporti e adattare l’organizzazione del lavoro all’introduzione delle nuove tecnologie. Gli aspri dibattiti di natura politica che si stanno svolgendo in Germania, Francia, Spagna, Italia riguardano proprio le misure che i vari governi intendono assumere per aggredire (almeno in parte) quegli ostacoli che si frappongono ad un maggior potenziale di crescita. Le misure non sono sempre popolari, ma difficilmente potranno essere accantonate se questi Paesi vorranno riprendere, non appena le condizioni macroeconomiche lo permetteranno, il cammino di crescita avviata negli anni che hanno preceduto questa (ormai lunga) crisi.