“Commenti&Analisi” Pensioni, troppi luoghi comuni (P.Busetta)

24/02/2004



        Martedí 24 Febbraio 2004

        COMMENTI E INCHIESTE


        Pensioni, troppi luoghi comuni


        di PIETRO BUSETTA

        Ci sono situazioni e convinzioni che si perpetuano, ma che iniziano a non incontrare sufficienti riscontri. Parliamo della lotta periodica dei sindacati per difendere i lavoratori nel non vedere disconosciuto il loro diritto di andare in pensione dopo un certo numero di anni di lavoro. Ma simmetricamente della convinzione diffusa che ai lavoratori piacerebbe fruire di un pensionamento anticipato. Anche dell’assunto che far andare in pensione i lavoratori libera posti di lavoro per i giovani e quindi consente a loro di entrare nel mondo del lavoro. E fa pulizia del luogo comune che le aziende preferirebbero i giovani lavoratori a quelli più maturi. Tutte queste certezze abbastanza condivise vengono disconosciute da un recente studio coordinato da Antonio Golini, condotto da un gruppo di ricerca presso il Dipartimento di Scienze demografiche della Sapienza di Roma, con la collaborazione di Isfol ed Experian Research su un campione composto da duemila pensionati e lavoratori (fra i 50 e 70 anni) e da un centinaio di aziende. Andiamo per ordine. Non è vero che la gente vuole andare in pensione presto, come pensano sia sindacati che aziende (il 69%). Più cresce l’età, meno tale esigenza viene avvertita. La volontà di un lavoratore di andare in pensione il più presto possibile diminuisce dal 52% per quelli di età 50-54 anni, al 50% per quelli di età 55-59, al 40-42% per quelli di età 60 e oltre. E il riscontro di tale volontà si trova nella convinzione, per un lavoratore di andare in pensione il più tardi possibile, che aumenta dal 14% per quelli di età 50-54 anni, al 17% per quelli di età 55-59, al 26% per quelli di età 60-64 e al 38% per quelli di età 65-69. Il secondo assunto, rivelatosi un luogo comune, è che mandare in prepensionamento liberi posti di lavoro per i più giovani. In realtà un confronto con altri Paesi europei mette in evidenza come quelli che hanno la piena occupazione hanno anche un tasso di attività degli ultra cinquantenni molto elevato. Nel confronto per esempio tra Italia e Gran Bretagna si vede che da noi i lavoratori oltre i 50 anni sono solo il 42% del totale degli occupati mentre in Gran Bretagna sono il 62 per cento: eppure la percentuale di disoccupazione della Gran Bretagna è un terzo di quella italiana. D’altra parte a ben pensare si capisce come un Paese che si priva di professionalità mature e con grande know-how nel pieno delle forze globalmente si impoverisce. E quindi diventando meno competitivo sui mercati internazionali peggiora il suo tessuto produttivo con la conseguenza di diminuire i suoi posti di lavoro complessivi. La diminuzione dei giovani renderà indispensabile far lavorare di più gli over 40. Oggi gli italiani tra 20 e 40 anni sono circa 17 milioni, nel 2030 secondo il gruppo di ricercatori, saranno appena 10 milioni compresi gli extracomunitari.
        La convinzione poi che le aziende preferirebbero i giovani ai lavoratori maturi viene messa in discussione da un questionario nel quale le imprese esprimono un giudizio sulle capacità dei lavoratori giovani rispetto a quelle degli anziani.
        Per nove caratteristiche su 19 (adattabilità all’innovazione, familiarità con l’informatica…) è più positivo sulla capacità dei lavoratori giovani rispetto a quelli anziani. Mentre su 10 caratteristiche su 19 (lealtà e fedeltà nei confronti dell’azienda, capacità di guidare un gruppo, sensibilità nei confronti degli interessi dell’azienda…) lo è nei confronti degli anziani. Le evidenze della ricerca in controtendenza rispetto alle convinzioni più o meno condivise a ben pensare sono spiegabili con l’aumento della vita media. Con la vecchiaia che inizia ormai a una età più avanzata. Non si può più pensare a un uomo di 65 anni come incapace di dare un contributo alla società, che debba essere mantenuto per un numero di anni vicino ormai, in media, ai 15. Addirittura per la donna la problematica si complica considerato che ha un’aspettativa di vita ancora più elevata.
        Ma tale considerazione non può non coniugarsi con una flessibilità delle mansioni maggiori, come sostengono i ricercatori, che consenta una cultura del lavoro da anziani per gli anziani, che oggi certamente non esiste.