“Commenti&Analisi” Pensioni: tre ragioni per osare- M.Gaggi

18/06/2003






    mercoledì 18 giugno 2003

      IL COMMENTO
    La riforma e l’Europa

    Pensioni
    Tre ragioni per osare

    di Massimo Gaggi

      Silvio Berlusconi suulle pensioni scieglierà di comportarsi come Raffarin? A giudicare dall’attenzione con cui il premier ha fin qui evitato di fare scelte impopolari in campo sociale e dall’asprezza delle manifestazioni contro la riforma previdenziale che hanno paralizzato la Francia per giorni e giorni, la domanda può apparire quantomeno ingenua: Berlusconi sa che una riforma in questo campo è necessaria, ma leustioni dello scontro e della rottura del ’94 bruciano ancora. Lo spettro di un’iniziativa legislativa che potrebbe impantanarsi sotto gli attacchi della sinistra, dei sindacati, i veti della Lega e il «no» di una parte di An, era stato esorcizzato dallo stesso premier che aveva cercato di trasferire da Roma a Bruxelles l’onere di una riforma di cui – sia pure in misura diversa – si sente il bisogno in quasi tutti i Paesi dell’Unione.
      Ma ormai è chiaro che quello della «Maastricht delle pensioni» è poco più di uno slogan. Bruxelles ha già prodotto un joint report le sui conclusioni sono chiarissime: gli attuali trattamenti sono insostenibili nel medio-lungo periodo e l’evoluzione demografica impone di intervenire prima possibile. LìEuropa può ancora predisporre documento di indirizzo, spingendo i singoli governi sulla strada delle riforme: è quanto farà il Consiglio europeo che si riunirà dopodomani a Salonicco. Ma poi la parola passerà, appunto, ai governi. E la sorpresa forse verrà proprio da Roma: se nella verifica di maggioranza della prossima settimana si troverà un compromesso con la Lega, il governo potrebbe varare la riforma prima della pausa estiva, forse per decreto.
      I dati che rendono indifferibile la riforma sono incontestabili: l’Italia mantiene i livelli di spesa più alti d’Europa, ha i conti in deficit già oggi e un trend demografico che non lascia scampo.
      Oggi ci sono quattro cittadini in età di lavoro per ogni pensionato, nel 2050 ce ne saranno solo due. Certo, l’Italia ha già fatto una parte degli interventi necessari (siamo ad esempio più avanti di Francia e Germania per quanto riguarda la riduzione delle disparità tra dipendenti pubblici e lavoratori del settore privato), ma ciò è servito solo a rallentare la marcia verso il disastro: l’attuale, traballante sistema si regge su una «tassa» pensionistica pari a un terzo della retribuzione e sulla previsione di una crescita media del reddito nazionale (pil) non inferiore al 2-2,3% l’anno. Ma questi tassi di crescita, che un tempo venivano raggiunti agevolmente, da anni sono fuori portata. E lo sono anche per gli alti oneri fiscali e previdenziali che riducono la competitività dell’Europa. Dunque, la diagnosi è chiara. Così come è chiaro al Tesoro e agli stessi partiti della maggioranza che sono ben poche le aree in cui realizzare risparmi strutturali per finanziare il rilancio dell’economia (ricerca, innovazione, formazione) e riequilibrare la spesa sociale (due terzi se ne vanno in pensioni, mentre la sanità soffre e per l’assistenza ad anziani e disabili restano le briciole). A parte la previdenza, il grosso della spesa pubblica è assorbito da stipendi, trasferimenti agli enti locali, interessi sul debito. Quello che si poteva fare con strumenti di finanza «creativa» è stato fatto. Forse è possibile ancora un «round» di cartolarizzazioni, ma i margini ora sono più ridotti e comunque il governo vuole entrare nel semestre europeo guidato dall’Italia con la credibilità che solo il varo di una riforma strutturale può dargli.
      Già, ma le condizioni politiche interne? La sensazione è che il momento attuale sia irripetibile e per vari motivi. 1) Tra un anno si vota per le europee, poi toccherà alle regionali e infine, nel 2006, alle politiche: quella dei prossimi mesi è l’ultima «finestra» utile nella legislatura per varare riforme restando relativamente al riparo da pressioni elettoralistiche. 2) Il risultato del referendum sull’articolo 18 ha creato un certo sbandamento nella sinistra e oggettivamente rafforza la posizione di chi sostiene che i diritti sono sì sacri e vanno difesi con tutti i mezzi, ma devono anche essere commisurati alla realtà di una sistema economico che sta cambiando profondamente e non sempre per il meglio. 3) La Lega sta alzando il tono dello scontro su tutti i fronti. E sulla previdenza si sa che non vuol sentir parlare di sacrifici, soprattutto a carico delle pensioni d’anzianità, che sono concentrate in larga misura al Nord. Ma allora perché proprio il superministro dell’Economia Giulio Tremonti, il più stretto alleato di Bossi, sembra oggi il più deciso a rompere gli indugi e a spingere Berlusconi sulla via di Raffarin? Probabilmente perché questo può essere il momento di una trattativa a tutto campo nella maggioranza. E la Lega, al di là di certe asprezze tattiche, potrebbe accettare uno scambio tra pensioni e «devolution».
      Difficile dire se un simile scenario prenderà consistenza, se le forze centriste faranno concessioni sul federalismo, se l’eventuale riforma previdenziale riguarderà solo dinamiche di medio-lungo periodo (innalzamento dell’età pensionabile, trattamenti calcolati per tutti col metodo contributivo) o se toccherà anche le pensioni d’anzianità (future). Misure politicamente e socialmente molto delicate ma dalle quali dipendono anche le risorse per finanziare, nella parte finale della legislatura, la riduzione delle tasse sui redditi da lavoro, il principale impegno assunto dal governo con gli elettori.


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