“Commenti&Analisi” Pensioni, più decisi sul contributivo (E.Fornero)

06/11/2003



      Giovedí 06 Novembre 2003

      COMMENTI E INCHIESTE


      Pensioni, più decisi sul contributivo


      di ELSA FORNERO

      Può la riforma delle pensioni aiutare lo sviluppo economico? Se interpretiamo lo sviluppo come dinamica equilibrata di domanda e offerta aggregate, dovremmo poter rispondere all’interrogativo una volta individuati i canali attraverso i quali la riforma, eventualmente, influenza l’una e/o l’altra. E la risposta sarebbe tendenzialmente positiva se si potesse argomentare che gli effetti della riforma, lungi dall’essere depressivi, si distribuiscono in modo simmetrico sul versante della domanda, aumentandola, e su quello dell’offerta, allentandone i vincoli e le rigidità. Ne discende anche, per conseguenza, una sorta di caratterizzazione della riforma, atta a discernerne i tratti positivi, di sostegno allo sviluppo, da quelli negativi, che invece agiscono da freno.
      Domanda. Dal lato della domanda, la riforma previdenziale non costituisce certo un aiuto di breve termine alla spesa aggregata; non dovrebbe però neppure configurarsi come un fattore di contenimento della stessa. In effetti, il ruolo della riforma sulla domanda aggregata si esplica essenzialmente attraverso due canali, entrambi rilevanti per il lungo termine: l’effetto sulle aspettative e l’effetto sulla finanza pubblica nel suo complesso. Sotto il primo profilo, che tocca in particolare l’influenza delle aspettative sulla domanda di consumi, non è certo la riforma, bensì la sua assenza o la sua eccessiva timidezza, a costituire un fattore di limitazione della domanda; l’incertezza che ne deriva ostacola infatti la programmazione delle famiglie, spingendo verso la formazione di risparmio precauzionale, soprattutto in presenza di un diffuso convincimento che, in ogni caso, un qualche intervento restrittivo si renderà prima o poi necessario. In questa prospettiva, i "piccoli aggiustamenti" estemporanei aiutano assai poco, mentre è fondamentale che, una volta individuata un’architettura di lungo termine, le modifiche in corso d’opera rispettino l’obiettivo che si intende perseguire. Annunci e ripensamenti, misure e contromisure, aperture al dialogo e successive chiusure sono, in questo ambito, particolarmente deleteri. Ed è sconfortante constatare come tale rappresentazione non sia lontana dalla politica previdenziale del nostro Paese negli ultimi anni. L’effetto sulla finanza pubblica dovrebbe giocare anch’esso un ruolo positivo nei confronti della crescita. È vero, la riforma previdenziale implica di norma una riduzione dei trasferimenti e ciò potrebbe sottrarre impulso alla domanda aggregata; tuttavia, essa implica anche risanamento finanziario, il che significa ripristinare una qualche flessibilità nella politica di bilancio, a favore di misure direttamente incidenti sullo sviluppo, come il contenimento della tassazione (molto più difficile da realizzarsi con livelli inalterati di spesa pensionistica), o l’incremento della spesa per ricerca. Anche in questo caso, la riforma della previdenza si configura come una politica di assai più ampio respiro del mero "fare cassa", e nuovamente quello che conta è una logica di intervento intertemporalmente coerente, lontana dai tatticismi politici, sempre influenzati dalle prossime scadenze elettorali.
      Offerta. Dal lato dell’offerta, la riforma delle pensioni dovrebbe contribuire a creare i presupposti affinché l’aumento di domanda, che potrebbe determinarsi con la stabilizzazione delle aspettative e del quadro di finanza pubblica, si traduca in un aumento delle quantità prodotte, e non in un freno alla produzione e in una spinta ai soli prezzi. Ciò significa che la riforma deve assecondare, e non distorcere o frenare, la competitività dei diversi mercati (incluso, in particolare, il mercato del lavoro); favorire l’occupazione e le attività regolari, anziché irregolari e sommerse; indurre le persone a lavorare di più allorché la vita si allunga, anziché provvedervi con interventi d’imperio che, oltre a giungere inevitabilmente in ritardo rispetto alla velocità di cambiamento dell’economia, finiscono sempre per creare differenziazioni inopportune sotto il profilo dell’equità di trattamento e della libertà delle scelte individuali. Esiste un sistema previdenziale di questo tipo, favorevole allo sviluppo, sia dal lato della domanda, sia da quello dell’offerta aggregata? Sì, esiste, ed è il sistema contributivo, basato su una regola chiara e trasparente, com’è quella dell’equivalenza attuariale tra contributi e prestazioni; sull’applicazione della stessa a tutti i lavoratori (con eccezioni, poche, motivate soltanto da autentica solidarietà verso i meno fortunati), senza inutili e pericolose segmentazioni, in nome di vere o presunte specificità professionali; sulla maggiore responsabilità e libertà di scelta dei singoli, anche per quanto concerne i pilastri complementari a quello pubblico, ossia i fondi pensione e le polizze previdenziali individuali; sulla limitazione dell’interferenza politica. È un sistema che non deve essere inventato ex novo, perché già applicato in alcuni Paesi e anche sostanzialmente introdotto, anche se ben lungi dall’essere realizzato, nel nostro. In Parlamento. La delega emendata che il Parlamento discuterà a breve non sembra però riprodurre tale sistema. Pur quando le si riconosca – in particolare, con le varianti introdotte dal recente emendamento governativo – un notevole decisionismo nell’affrontare il nodo della transizione (con l’intervento, assai drastico, sulle pensioni di anzianità), essa ripropone infatti molte logiche del passato. Se il Governo intende davvero riaprire il dialogo sulla riforma, la strada maestra non può che ripartire da una più stretta aderenza al metodo contributivo; da una più convinta uniformità di trattamento tra le categorie; dal riconoscimento di qualche grado di libertà in più concesso ai singoli lavoratori e, parallelamente, da un qualche grado in meno di paternalismo politico.