“Commenti&Analisi” Pensioni, non ci sono scorciatoie Ue – di B.Della Vedova

19/05/2003




              Sabato 17 Maggio 2003
              COMMENTI E INCHIESTE


              Pensioni, non ci sono scorciatoie Ue


              DI BENEDETTO DELLA VEDOVA*

              Come era facilmente prevedibile (e previsto), anche i sindacati firmatari del Patto per l’Italia si apprestano a stoppare il tentativo di mini-riforma delle pensioni che il Governo intende attuare attraverso la legge delega ora in Senato. Un po’ come accaduto per le modifiche all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, anche sulle pensioni il Governo rischia di provocare il massimo dello scontro politico-sociale in vista di obiettivi che, già minimi in partenza, paiono destinati a divenire poco più che irrilevanti al termine di una estenuante mediazione. La riforma delle pensioni è ineludibile, aveva detto il Presidente del Consiglio alla fine dell’anno scorso ma, pare di capire, resta, ad avviso suo e del Governo, politicamente impraticabile. Per uscire da questo empasse, il Presidente del Consiglio ha chiesto qualche tempo fa una "Maastricht del Welfare", cioè un intervento vincolante da parte di Bruxelles.
              Questa, sembra pensare il premier, sarebbe l’unica via in grado di consentire a Governo e Parlamento, magari con la consolazione del "mal comune, mezzo gaudio", di far digerire agli italiani significativi interventi sulla previdenza, necessari a ripristinare la sostenibilità finanziaria del sistema e una decente equità tra le generazioni. Ipotesi senz’altro suggestiva e slogan efficace.
              Che i costi connessi all’invecchiamento della popolazione siano un’urgenza (se non ancora un’emergenza) della vecchia Europa nel suo insieme è un fatto incontrovertibile. Quanto la via della "comunitarizzazione" sia praticabile e auspicabile, però, è tutt’altro che pacifico.
              Non sembrano in vista radicali cambiamenti di orientamento sul trasferimento a Bruxelles di nuovi poteri in campo economico: l’insofferenza per il Patto di stabilità e la sottovalutazione delle procedure di coordinamento aperto e di peer pressure ne sono testimonianza. La via "canonica" di una modifica dei trattati con la previsione di obiettivi vincolanti e di relative sanzioni rischia di richiedere, sovrapponendosi per giunta all’allargamento, tempi biblici rispetto alla esigenza di misure rapide sulle pensioni.
              Altre soluzioni "creative" che vadano al di là di quanto già implicitamente contenuto nel Patto di stabilità, laddove il pareggio di bilancio in termini strutturali implica la sostenibilità dei sistemi pensionistici, non paiono esservene.
              Certo, sarà possibile per la Commissione affinare gli strumenti di monitoraggio e di comparazione, indicare percorsi di riforma differenziati per singolo Paese ma che puntino al comune obiettivo di un sistema previdenziale in equilibrio nel medio periodo, ma questo è cosa diversa, anche se utile, da una vera e propria "Maastricht delle pensioni". Ciò detto, nel prossimo semestre l’Italia reggerà la presidenza di turno dell’Unione europea e quello sarà il momento per dare consistenza all’idea.
              C’è un altro risvolto della proposta, però, che va approfondito.
              L’Europa di Maastricht è stata accusata di essere una creatura tecnoburocratica, senz’anima, men che meno anima politica: parametri rigidi fino alla "stupidità" per la finanza pubblica e moneta unica affidata alle cure di un gruppo di banchieri asserragliati nel palazzone di Francoforte, al riparo di governi e politici. «E la democrazia?» si è detto. «E i popoli?», perfino. Per chi crede che il rispetto tendenziale del pareggio di bilancio sia una tutela "costituzionale" per le future generazioni di contribuenti e non solo la regola di un club esclusivo che ci si impegna a rispettare al momento dell’adesione, il trattato di Maastricht non rappresenta certo una minaccia alla sovranità democratica.
              Le decisioni sul peso dello Stato nell’economia e sulla distribuzione della spesa pubblica, infatti, restano completamente nella disponibilità di Governi e Parlamenti.
              Quanto alla politica monetaria, qualcuno ha provocatoriamente proposto di sostituire le banche centrali con un computer, per metterle al riparo dalla politica; si può dissentire sulla "troppa" indipendenza della Bce, ma una logica c’è.
              Le pensioni, invece, sono un tema vitale, che implica la scelta nella destinazione di risorse tra fini alternativi e la "sintonizzazione" sulle preferenza dei contribuenti: per questo la responsabilità politica non può essere surrogata neppure dalla migliore struttura tecnocratica. Non vorrei che, in fondo, si pensi di poter "depoliticizzare" la questione previdenza, sottraendola di fatto al confronto democratico nelle sedi opportune, cioè i Parlamenti (nazionali ed europeo, che, tra l’altro, al momento non ha voce in capitolo).
              Se così fosse, credo che la scorciatoia si rivelerebbe costosa, prima di tutto per la stessa Unione europea e la sua anima politica e democratica, se c’è o se gliela si vuole dare. Se invece il disegno appena abbozzato nello slogan del Presidente del Consiglio implicasse la visione di una discussione politica piena e compiuta in seno all’Unione e una, a quel punto doverosa, decisione affidata alla "dialettica democratica", il percorso potrebbe rivelarsi assai più impervio del previsto. Nessuno si illuda che se, in pura ipotesi, il Parlamento europeo fosse chiamato, anziché a generici pronunciamenti sugli orientamenti generali, a decidere su misure che incidano direttamente sulla carne viva degli attori economici, contribuenti/consumatori da una parte imprenditori dall’altra, farebbe molto meglio di quanto non accada nel Parlamento tedesco, francese o italiano: il comportamento rischierebbe di essere altrettanto o più conservatore. Con il rischio che il sistema complessivo perda preziosi "gradi di libertà", oggi rappresentati dal confronto e dalla competizione tra le soluzioni adottate a livello di singolo Paese.
              I principali Paesi dell’euro, Germania, Francia e Italia, sono in queste settimane alle prese con il tentativo (reso titanico dalle tante e potenti lobby dello status quo) di migliorare l’equità intergenerazionale e la sostenibilità finanziaria dei propri sistemi previdenziali: dimostrino, Italia in testa, di avere la forza, il coraggio e la lungimiranza politica per fare un salto di qualità. Dimostrino, cioè, che una eventuale "comunitarizzazione" della questione previdenziale non sarebbe un’unione di debolezza ma un modo per moltiplicare le forze. Altrimenti la Maastricht delle pensioni resterà un pia – e pericolosa – illusione, comunque la si pensi.

              *Deputato radicale al Parlamento europeo b.dellavedova@agora.it