“Commenti&Analisi” Pensioni, nessun bonus è gratis (E.Fornero)

23/12/2004

    giovedì 23 dicembre 2004

    sezione: PRIMA – pagina 1 e 4

    I LIMITI DELLA RIFORMA

    Pensioni, nessun bonus è gratis

    di Elsa Fornero

      I dati forniti dal ministero del Lavoro sulle domande di accesso al bonus contributivo da parte di lavoratori che, pur avendo raggiunto i requisiti per la pensione di anzianità, accettano di continuare a lavorare non si prestano a interpretazioni trionfalistiche sul successo dell’operazione. Diverse ragioni suggeriscono infatti cautela. Può anzitutto valere la pena di ricordare che il provvedimento si propone di favorire l’aumento dell’età pensionabile senza ricorrere a imposizioni o a drastiche decurtazioni del beneficio (il cosiddetto "disincentivo") in caso di uscita prematura, com’è generalmente quella "per anzianità". Si mantiene così il diritto, ma si incoraggia la posticipazione, destinando al lavoratore, anziché alle casse dell’Inps, l’intero ammontare dei contributi (il 33 per cento della retribuzione) e in totale esenzione fiscale.

      In cambio, il lavoratore rinuncia alla pensione per un anno o due, ma anche all’aumento che la stessa avrebbe subìto in conseguenza del versamento dei contributi.

      La portata macroeconomica del provvedimento attiene ai suoi effetti sui conti pubblici. Per ogni lavoratore che accede al bonus si registrano due voci con segno negativo: dal lato delle entrate, minori contributi; da quello delle uscite, minori pensioni. Poiché la prima voce vale, come si è detto, il 33 per cento della retribuzione, mentre la seconda vale circa il 70 per cento della stessa, l’erario dovrebbe avvantaggiarsi della differenza.

      Perché allora l’invito a un’interpretazione prudente? In primo luogo, un po’ di cautela è suggerita dagli stessi numeri. È vero: un tasso di adesione di oltre 60% (25 mila domande su oltre 40 mila di aventi diritto) potrebbe essere considerato un discreto successo. Tuttavia, il successo di un’offerta non ne definisce necessariamente la bontà (non è certo il caso di ricordare come non infrequentemente, in particolare nel mercato finanziario, dopo il successo iniziale di un prodotto gli entusiasmi si smorzano). Come si è più volte argomentato su questo giornale, per la maggior parte dei lavoratori l’operazione non rappresenta un vero regalo, bensì la semplice anticipazione al presente di un flusso di pagamento che si sarebbe percepito in futuro. Il gioco delle imposte può trasformarla in un beneficio netto, ma in larga misura ciò si limita ai redditi elevati (e è qui è invece il caso di ricordare come le agevolazioni fiscali per questa categoria si stiano forse facendo eccessive).

      In ogni caso, non è detto che i lavoratori che aderiscono al bonus sarebbero andati in pensione senza di esso. È probabile, anzi, che proprio quelli con i redditi più elevati avrebbero scelto di continuare comunque l’attività, anche senza bonus: dove è effettivo, il bonus rischia perciò di essere inefficace e costoso per la finanza pubblica, la quale per questi casi registra necessariamente minori contributi, ma non necessariamente minori pensioni. Soltanto un’analisi accurata delle caratteristiche dei lavoratori che hanno fatto domanda potrà dire se lo scenario positivo è più corretto di quello neutro o negativo.
      Se l’interpretazione dei dati richiede cautela, a maggior ragione questa è necessaria allorché si passa alle proposte. Sotto questo profilo, il ministro ha avanzato l’ipotesi di una proroga della misura anche oltre il 2007 per le pensioni di anzianità e di una sua estensione anche alla pensione di vecchiaia. Anche al di là dei dubbi interpretativi avanzati in precedenza, la ratio di queste proposte non è però chiara. In primo luogo, a partire dal 2008 l’istituto della pensione di anzianità permane, al di là dei 40 anni di contribuzione, con un inasprimento del requisito dell’età (60 anni, a crescere negli anni successivi). Dati questi inasprimenti, fare balenare l’idea di un proseguimento della politica degli incentivi non soltanto aumenta l’incertezza, ma finisce anche per inviare un messaggio ambiguo, come se quell’aumento — che peraltro rappresenta l’unica vera misura di contenimento della spesa previdenziale per i prossimi decenni — fosse in qualche misura rinegoziabile.

      Ancora meno chiara è la proposta di estendere il bonus anche ai lavoratori che hanno raggiunto l’età per conseguire la pensione di vecchiaia. In base alle norme vigenti, quest’ultima è infatti pienamente compatibile con il proseguimento del lavoro e quindi con la retribuzione. Non si comprende dunque chi potrebbe considerare conveniente cumulare la retribuzione con il 33% della stessa (esentasse), anziché con il 70-80 per cento in forma di pensione, sia pure tassata. A meno che ciò preluda alla possibilità per il lavoratore di continuare l’attività anche a dispetto della volontà del datore di lavoro.

      Anche in questo caso, la cautela è però necessaria. In ogni sistema previdenziale, anche in quelli che adottano in misura ampia il principio della flessibilità del pensionamento, occorre a un certo punto disincentivare la permanenza sul lavoro, e incoraggiare il turnover tra lavoratori anziani e lavoratori giovani. Tra il mandare in pensione lavoratori ancora in giovane età (nel presupposto, errato, che ciò favorisca l’occupazione giovanile) e l’insistenza nel mantenere al lavoro gli anziani, un ragionevole punto di equilibrio può essere rappresentato da una formula contributiva che offra incentivi decrescenti con l’età.

      In conclusione, il bonus non può essere considerato come il toccasana dei problemi della previdenza. Esso è un "piccolo" strumento, in grado forse di apportare qualche beneficio di breve termine al bilancio pubblico, non certo di sostituire gli aggiustamenti richiesti dagli squilibri del sistema. Sotto un altro profilo, inoltre, il bonus ripercorre logiche del passato, assai poco confacenti a un moderno sistema pensionistico e a una corretta percezione dello stesso. La logica è quella del "regalo", del "pasto gratuito" che tanti danni hanno fatto alla nostra economia. Anche se l’appeal politico di un messaggio che promette elargizioni è sicuramente maggiore di quello di un messaggio di rigore, non abbiamo davvero bisogno di un ritorno di tale logica.