“Commenti&Analisi” Pensioni, la riforma con la retromarcia (P.Gasperoni)

04/12/2003


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04.12.2003
Pensioni, la riforma con la retromarcia
PIETRO GASPERONI
* deputato Ds-L’Ulivo -segretario
Commissione Lavoro della Camera

Non bastava la fiducia sulla Finanziaria, ora il governo vorrebbe blindare anche il voto sulla delega previdenziale, contestata da tutti i sindacati, non solo Cgil Cisl e Uil. Proprio da quelle forze sociali
il cui consenso fu determinante per condurre in porto pochi anni fa uno dei processi riformatori più profondi e radicali che l’Europa
abbia mai visto nei tempi recenti. Al disprezzo per la prerogativa parlamentare di esercitare appieno il potere legislativo, con la fiducia su questa delicatissima materia si unisce la volontà di impedire che le rappresentanze degli interessi legittimi, attraverso gli eletti influiscano sulla formazione delle leggi: il vulnus democratico è evidente. Specialmente se si tratta di misure che possono avere conseguenze devastanti per il nostro sistema previdenziale, per i pensionati e i lavoratori tutti. Le recenti riforme pensionistiche, soprattutto quelle del 1995 e del 1997, sono il frutto di un patto generazionale contratto con il Paese e con le forze politiche e sociali che lo rappresentano. Un simile patto non può e non deve
essere modificato a colpi di fiducia, senza coinvolgere le parti che lo contrassero.
E non si dica che il governo deve comunque decidere nell’interesse generale, con una sua capacità decisionale autonoma su materie che gli sono proprie. Se fossimo in Svezia, dove il sistema pensionistico è finanziato con la fiscalità generale, o in Germania, dove il 37% della spesa pensionistica è coperto con il bilancio federale, qualche ragione il governo potrebbe averla; ma si dà il caso che il nostro sistema pensionistico, opportunamente depurato
della spesa assistenziale e del gettito fiscale proveniente allo Stato dalle pensioni, non solo costa meno di quanto costi mediamente
negli altri paesi europei, ma è totalmente finanziato dai contributi versati dai lavoratori e dalle imprese.
Quindi i sindacati non commettono un’indebita ingerenza negli «affari» del governo chiedendo di essere coinvolti, ma è vero esattamente il contrario: è il governo che autoritariamente vorrebbe imporre soluzioni ai principali titolari della materia, a chi ha cioè titolo privilegiato a discutere e concorrere a costruire soluzioni ad ogni eventuale problema di sostenibilità finanziaria o di equità sociale del sistema previdenziale.
Il tutto è ulteriormente aggravato dal fatto che il sistema pensionistico italiano non soffre di nessun problema di sostenibilità finanziaria; il bilancio Inps è in attivo da tre anni grazie alle riforme degli anni Novanta. Le gobbe future di cui si parla per il 2030 sono
poco più che fantasiose esercitazioni intellettuali in quanto prescindono totalmente dall’andamento del mercato del lavoro e dagli effettivi tassi occupazionali, oltre che dall’andamento dei dati sulla popolazione attiva. Nessuno è in grado di prevedere cosa accadrà fra trent’anni: se saranno, ad esempio, 20 milioni coloro che lavoreranno e pagheranno i contributi, i conti previdenziali saranno radicalmente diversi da come lo sarebbero se invece fossero 25 milioni, magari a fronte della stessa popolazione anziana. Le variabili su un tale arco di tempo sono imponderabili,
per questo la riforma del ‘95 prevede verifiche decennali per stabilire, alla luce dell’andamento reale di quelle dinamiche, gli eventuali correttivi da apportare ai fattori che compongono
l’equilibrio dei conti previdenziali. Correttivi facilitati dalla flessibilità del sistema a ripartizione.
In realtà occorre intervenire, ma per completare l’attuazione della legge di riforma (335) e adattarla alle novità del mercato del lavoro.
Invece le misure prospettate dal governo, riducono il rendimento pensionistico soprattutto per i più giovani, obbligano tutti a lavorare più a lungo, con la riduzione fino a 6 punti della contribuzione minano l’equilibrio finanziario dell’Inps senza stabilire chi pagherà a quel punto le pensioni in essere. Intanto l’esercito crescente di lavoratori precari, discontinui e saltuari, è oggi esposto al rischio serio di non riuscire a maturare nessuna
pensione neppure dopo i 65 anni di età.
Pertanto bisogna proporsi un serio adeguamento dei contributi e l’introduzione di tutele riguardanti la continuità, sia del reddito che della copertura contributiva per i periodi di non lavoro, così come è previsto nella proposta di legge di riforma degli ammortizzatori sociali dell’Ulivo, i cui primi firmatari sono Rutelli e Fassino e sulla quale è iniziato l’esame in commissione lavoro della Camera dei Deputati. Altrettanto indispensabile è far partire con urgenza i fondi complementari (non sostitutivi della pensione pubblica), attraverso misure fiscali e utilizzando il Tfr non coercitivamente, ma utilizzando la forma del silenzio assenso. Infine è sicuramente utile incentivare volontariamente la permanenza al lavoro anche quando si è raggiunto il diritto a beneficiare della pensione; ho però forti dubbi che l’incentivo proposto dal governo possa rappresentare una vera attrattiva, trattandosi di un aumento retributivo cui non corrisponde nessun miglioramento pensionistico. Se si vuol favorire un allungamento dell’età lavorativa restando al lavoro più a lungo, viene da chiedersi quale sarà l’impresa disposta ad accedere a questa possibilità, se l’assunzione di un giovane gli costerà il 6% in meno; sapendo inoltre che la situazione esistente richiederebbe piuttosto l’introduzione di disincentivi per le imprese che tendono a liberarsi anzitempo dei cinquantenni.
Le proposte del governo vanno contrastate sia perché inique e contraddittorie, sia perché colpiscono in profondità la riforma realizzata nel ‘95 e con essa il carattere prevalente mente pubblico delle pensioni; non a caso l’obiettivo del governo è di ridurre la spesa pensionistica pubblica dell’1%. Ma il sistema riformato subisce un colpo mortale dalla cancellazione del principio di flessibilità nel passaggio dal lavoro alla pensione. La possibilità
per chiunque di decidere, sulla base di esigenze soggettive, quando andarsene in pensione, sapendo che il rendimento pensionistico sui
contributi versati sarà tanto più favorevole quanto più si è vicini ai 65 anni, ma non impedendo a chi lo ritiene, di ritirarsi prima, con un rendimento più basso, è un tratto fondamentale della 335 che ne fa un sistema moderno e tra i migliori del mondo, provvisto di meccanismi interni che garantiscono sostenibilità economica e sostenibilità sociale.
Sia quindi chiaro che se il governo intendesse forzare, rifiutando qualsiasi confronto solo perché i numeri parlamentari glielo consentono, il centro sinistra dica subito e con chiarezza che, tornando al governo nel 2006, cancellerà questa controriforma e con il concorso dei sindacati porrà rimedio ai problemi esistenti
di equità e di aree di privilegio ancora troppo diffusamente presenti nel nostro sistema pensionistico.