“Commenti&Analisi” Pensioni, il (brutto) gioco a rimpiattino – di L. Pennacchi

13/02/2003

        giovedì 13 febbraio 2003

        Le loro riforme
        L’altalena di annunci e smentite del governo lascia sempre
        più aperta anche la possibilità di una soppressione drastica
        del pensionamento di anzianità
        Pensioni, il (brutto) gioco a rimpiattino
        MEZZA PENSIONE TENTAZIONE DI DESTRA
        Laura Pennacchi

        Con la discussione delle pregiudiziali
        di costituzionalità avanzate dall’opposizione
        la delega previdenziale inizierà il suo iter
        nell’aula della Camera. Dall’esame che
        sta per concludersi nelle commissioni
        competenti sono emerse critiche
        molto forti, da parte non solo delle
        minoranze, ma anche di organismi
        istituzionali neutrali come l’Ufficio
        Bilancio della Camera, i cui severi
        rilievi riguardano i profili finanziari
        della delega stessa, in quanto contenente
        fonti cospicue di onerosità non coperte,
        segnalate dalla Relazione tecnica fin
        dal marzo 2002.
        Il rinvio che ora il governo propone
        di fare a coperture che potrebbero
        essere rinvenute, anno dopo anno,
        nella legge Finanziaria è, in realtà,
        l’ammissione di tale scopertura, in
        quanto tale chiaramente anticostituzionale.

        Dunque, nei tanti mesi (quattordici)
        trascorsi dalla sua promulgazione la delega
        non ha perso i suoi caratteri di pericolosità,
        semmai li ha accresciuti.
        Durante tutto questo periodo il governo
        si è profuso in una altalena di annunci e
        di smentite al solo scopo di indorare la
        pillola di ulteriori tagli pensionistici ai
        cittadini, il voto di una parte dei quali era
        stato carpito con la promessa non
        mantenuta della pensione a 1 milione
        al mese. Il gioco a rimpiattino – con la
        ininterrotta evocazione della possibilità
        di inserire «disincentivi» per chi continua
        ad andare in pensione quando raggiunga i
        requisiti prescritti – lascia sempre più
        aperta anche la possibilità di una
        soppressione drastica del pensionamento
        di anzianità.
        Per tutte queste ragioni, resistendo
        alla comprensibile tentazione o dello
        scherno o della minimizzazione,
        va presa molto sul serio la pretesa
        che la delega previdenziale governativa
        configuri una vera e propria nuova
        riforma delle pensioni.
        Chiediamoci: 1) il sistema pensionistico
        italiano ha bisogno di una nuova
        riforma? 2) Le misure in discussione
        che tipo di riforma – o, meglio,
        di controriforma – delineano?
        Chiunque voglia dare risposte non
        ideologiche, cioè non basate su pregiudizi
        o su stereotipi, alla prima domanda non
        può prescindere da una ricostruzione analitica,
        per quanto sommaria, dei risultati conseguiti
        dagli interventi riformatori adottati nel 1992,
        1995, 1997 e dell’evoluzione futura che ne
        scaturisce. Da essa si vede subito che il
        sistema previdenziale italiano «non» richiede
        altre riforme ma, invece, limitati correttivi.
        Infatti, dalle previsioni aggiornate della
        Ragioneria risulta confermata l’efficacia
        di quanto è stato realizzato: a) la spesa
        pensionistica, che in assenza di interventi
        sarebbe esplosa superando addirittura il
        23% del PIL, a regime viene stabilizzata,
        tanto che nel 2050 sarà di poco
        superiore al 13%, a fronte del 14,2%
        del 1998; b) il contenimento della dinamica
        attesa di crescita della spesa avverrà
        proprio quando sarà massima l’intensità
        dell’invecchiamento della popolazione,
        con un indice di dipendenza degli
        anziani sui giovani che passerà dal
        26% del 2000 al 60% del 2050;
        c) l’effetto di compressione si eserciterà
        attraverso la riduzione sia del «numero»
        delle pensioni sia, e soprattutto, degli
        «importi» medi, tanto è vero che i «tassi
        di sostituzione» (dati dal rapporto ultima
        pensione/ultimo reddito da lavoro)
        scenderanno, mediamente, al
        50% dell’ultima retribuzione per i
        lavoratori dipendenti e al 30% dell’
        ultimo reddito per i lavoratori autonomi.
        Non a caso dagli studi del Comitato
        di Politica Economica della UE,
        che comparano le proiezioni future
        della spesa pensionistica nei diversi
        paesi, si rileva che, mentre
        l’aumento maggiore si registrerà in
        Grecia (+12,2 punti di PIL), in Spagna
        (+7,9), in Olanda (+6,2 punti),
        in Germania (+5), l’aumento
        minore si verificherà in Italia e Svezia,
        i soli due paesi europei che
        hanno realizzato radicali riforme
        (peraltro molto simili) dei loro sistemi
        pensionistici. La Francia (+
        4 punti di PIL) è ancora alle prese
        con l’equiparazione dei trattamenti
        fra pubblici e privati, equiparazione
        che da noi è stata realizzata
        con la miniriforma Prodi del 1997,
        la quale tanto mini non era se riuscì
        in qualcosa che altrove si fa
        grande fatica a realizzare.
        Anche la domanda sul tipo di riforma
        delineata dalle misure contenute
        nella delega governativa può avere
        una risposta netta. In quanto
        essa configura «non» la continuazione
        del processo riformatore iniziato
        in Italia nel 1992 ma il suo
        arresto e il suo rovesciamento, si
        tratta di una vera e propria controriforma.
        Infatti, la delega del gover-
        no Berlusconi sulla previdenza ha
        un chiaro obiettivo di sovvertimento
        del rapporto tra pubblico e privato
        in previdenza per dare più spazio
        agli strumenti privatistici. Così
        viene rovesciato anche il ragionamento
        per dare un corretto impulso
        alla previdenza complementare
        adottato dal centrosinistra, il quale
        riteneva che, proprio perché la previdenza
        pubblica è stata «già» incisivamente
        riformata e darà luogo, in futuro,
        a prestazioni inferiori, occorre sviluppare
        il pilastro complementare (non sostitutivo).
        All’opposto la destra vuole ridurre
        ulteriormente la previdenza pubblica
        per fare spazio alla componente
        privata, concepita in chiara funzione
        «sostitutiva» (e non complementare),
        e da qui nasce anche la
        tesi di un veicolamento obbligatorio
        del TFR verso gli strumenti pri-
        vatistici. Per di più con sovrana
        indifferenza verso i negativi andamenti
        delle borse che in tutto il
        mondo stanno facendo trovare privi
        di adeguata pensione i lavoratori
        inseriti in schemi privatistici: è
        drammaticamente eloquente il caso
        dei piani americani 401 K, basati
        su conti individuali.
        La decontribuzione è lo strumento
        di realizzazione di questo obiettivo
        di indebolimento della previdenza
        pubblica e di sovvertimento in favore
        della previdenza privata. Essa,
        infatti: – pone sulle finanze pubbliche
        un onere aggiuntivo, privo di
        copertura, pari, per 3-5 punti di
        contribuzione cancellati, a 0,5-0,8
        punti di PIL al lordo degli effetti
        fiscali; – ridurrà ulteriormente le
        prestazioni pensionistiche proprio
        di quei lavoratori giovani che sappiamo
        essere «già» destinate a un
        forte contenimento.
        Così, mentre verrà inferto un ulteriore
        grave colpo ai conti pubblici,
        nessuna soluzione sarà offerta per i
        veri problemi aperti, oggi e nel futuro.
        I problemi dei lavori atipici e
        delle carriere frammentate e discontinue,
        esercitati in gran parte
        da giovani, in particolare da giova-
        ni donne spesso ad alta scolarità,
        per i quali si potrebbero meglio
        utilizzare alcuni strumenti «solidaristici»
        previsti dalla riforma del
        1995 e studiarne di aggiuntivi. I
        problemi dell’incremento del tasso
        di attività generale – variazioni del
        quale nell’ordine del 5% comportano
        incrementi/decrementi dell’indice
        spesa pensionistica/PIL compresi
        fra lo 0,3 e lo 0,8 – e in particolare
        della partecipazione delle donne
        e dei lavoratori anziani, cosa
        per la quale la prima necessaria
        rivoluzione culturale riguarda le
        imprese, oggi ancora assai restie ad
        occupare donne e assai solerti nel
        liberarsi delle coorti 55/65 anni
        non appena le persone raggiungono
        i limiti per andare in pensione.
        La via è radicalmente alternativa a
        quella intrapresa dal governo.
        È anche molto diversa dalla strada
        di chi ipotizza la generalizzazione
        nella situazione italiana di una «pensione
        di base» secondo il modello inglese,
        trascurando che in Inghilterra quel
        modello si traduce in un welfare, in
        previdenza, solo «residuale» e in un
        tasso di povertà fra gli anziani
        superiore al 22%.