“Commenti&Analisi” Pensioni, ha vinto la ragion politica (M.Unnia)

10/09/2003

ItaliaOggi (il punto)
Numero
214, pag. 1 del 10/9/2003

di Mario Unnia



Pensioni, ha vinto la ragion politica

Il ministro Roberto Maroni è stato lapidario: sulle pensioni non possiamo permetterci di ottenere un piccolo beneficio al costo di un grave danno. Nulla sintetizza meglio di questa frase che cos’è la ragion politica. È un modo di valutare gli accadimenti e le loro conseguenze che si differenzia sia dalla ragione teorica, sia da quella pratica. Nel caso specifico, nessun economista ed esperto del lavoro dispone di modelli teorici che avallino la sostenibilità del nostro sistema pensionistico: parlano i numeri, e i trend non consentono alternative a un intervento strutturale. Sul piano pratico, le esperienze del passato e in corso confermano la praticabilità di riforme incisive: si possono fare senza rischiare la recessione, il crollo della borsa, l’ammutinamento degli aspiranti pensionati baby. Anche eventuali dissensi di piazza non dovrebbero costituire un impedimento insormontabile: la mobilitazione pacifista si è sciolta come neve al sole.

Eppure, la ragion politica di cui Maroni s’è fatto interprete ha vinto perché aveva delle buone ragioni. Ecco un elenco non esaustivo. La legislatura è a metà, l’economia ristagna, la maggioranza non è coesa, i sondaggi demoscopici non sono favorevoli. E ancora, due consultazioni, europee nel 2004 e amministrative nel 2005, costituiscono altrettanti ostacoli per il governo, quindi non conviene avvelenare il clima, anche perché le riforme costituzionali sono al nastro di partenza e forse è possibile un’intesa con l’opposizione. A questa, poi, non conviene dare elementi che consentano eventuali accordi elettorali, per altro non facili, sarebbe un regalo di cui la maggioranza pagherebbe un prezzo altissimo. Prima o poi l’economia darà segni di ripresa, qualche posto di lavoro in più rasserenerà il clima, e ciò eviterà che si ricrei un blocco sindacale antigovernativo, oggi tenuto insieme solo dal dissenso sulle pensioni. E così via.

Savino Pezzotta, segretario generale della Cisl, esce vincitore dal lungo braccio di ferro: il suo alto là, ´le pensioni vanno bene come sono’, ha funzionato. È prevalsa la sua linea, meglio differire la grande riforma e accontentarsi della piccola. Gli andava stretta l’unità dei tre sindacati che si era ricostituita sull’intangibilità delle pensioni, dal momento che riportava in gioco la Cgil: il proclama del leader della Cgil Guglielmo Epifani ´una campagna d’autunno per salvare pensioni e salari’, era una sfida alla Cisl e al suo ruolo di interlocutore privilegiato della maggioranza. Se poi da sinistra arrivano i fischi degli irriducibili, sono i benvenuti: servono ad accentuare le differenze tra i sindacati e a dare una mano ai dissensi interni nella Cgil.

D’altro canto, mai come in questo momento è opportuno per la Cisl coltivare le sintonie valoriali e il rapporto politico con l’Udc: il partito di Follini è l’ago della bilancia all’interno della maggioranza, e la componente degli ex dc lo è nell’ambito di Forza Italia. Al tempo stesso Pezzotta non si è alienato le simpatie della Lega perché di fatto ha avallato la miniriforma, al di là delle critiche al progetto, indispensabili per tenere buona la sua base.

Le reazioni di Confindustria alla decisione del governo sono state critiche: lo si rimprovera di mancanza di decisione e di aver tradito lo spirito e il programma del 2001. È indubbiamente così, ma, tornando alla ragion politica, ci si può domandare dove vuole arrivare Confindustria. Si ritiene che sia vicino un rimpasto del governo e dunque occorra iniziare le contrattazioni? Oppure, si punta a ottenere qualche compensazione in Finanziaria?

Eppure, a ben guardare, l’aver abbassato il gas sotto questa pentola bollente può presentare qualche vantaggio anche per il mondo degli affari. La questione pensioni rischiava di diventare un secondo articolo 18, con effetti negativi sulle relazioni industriali. Nella cui agenda ci sono almeno due argomenti di peso. Il rinnovo dei contratti dei chimici, tessili, edili, degli autoferrotranvieri, dei bancari e del commercio, per un totale di oltre 4 milioni di lavoratori. E, a monte, la revisione del sistema contrattuale, problema questo non di minore importanza per l’impatto che avrà sull’economia e sui rapporti sociali. Per non parlare ancora della fase attuativa della riforma Biagi e delle misure messe in campo, e annunciate, per il rilancio della competitività, e quindi dello sviluppo e dell’occupazione. La comunità degli affari può quindi valutare l’opportunità di una tregua, seppur blanda, che consenta quel dialogo sociale di cui parla Maroni, e che è preferibile alla concertazione, e ai pesi dei veti che la contraddistinguono.

I danni evitati secondo il ministro del welfare sono dunque tutti e solo politici. I danni reali derivanti al paese dalla mancata riforma ci sono e si aggraveranno: e sono talmente evidenti che è impossibile che sfuggano alla sensibilità e all’intelligenza dei frenatori. Quando costoro, nel corso di dibattiti e confronti, sono messi con le spalle al muro e devono indicare l’uscita dall’impasse, rispondono spesso che il problema pensioni è ormai per sua natura europeo: prima o poi ci sarà un intervento sovragovernativo (il Maastricht del welfare) e tutti i soci dovranno prima o poi allinearsi alle direttive di Bruxelles. Non c’è nulla di più irrealistico e velleitario di questa risposta. La quale, per essere credibile, presupporrebbe un governo europeo forte, direttivo, omologante: viceversa, la Carta di cui è imminente la firma definisce un governo subordinato al Consiglio degli stati, e quindi poco incisivo nelle politiche unitarie. La conclusione è che ciascun paese farà, o non farà, la propria riforma, e l’averla affrontata, o no, costituirà un fattore competitivo determinante. A quel punto la ragion politica dovrà inchinarsi alla ragion pratica, e subirne l’implacabile logica.