“Commenti&Analisi” Pensioni, ecco un’altra legge vergogna (R.Innocenti)

21/07/2004




martedì 21 luglio 2004

Pensioni, ecco un’altra legge vergogna

Renzo Innocenti
* vicepresidente gruppo Ds Camera dei deputati

Questo Paese rischia di avere un’altra legge-vergogna. Una legge che non serve a nessuno, né ai padri, né ai figli, ma è messa sulla bilancia dell’eterna verifica di governo per scoprire se l’ago di chi conta e chi ricatta si sposta più verso la Lega o verso An o l’Udc. Ieri l’ennesima prova, si è passati in poche ore dalla minaccia di fiducia al rinvio.
E adesso, accelerazione, esame a settembre?
Dipenderà dai rapporti di forza dentro la Cdl. Nulla a che vedere con l’esigenza di rendere più giusta e più "longeva" la previdenza. Nulla a che vedere coi conti dello Stato o con l’obbligo di assicurare anche alle nuove generazioni un futuro pensionistico dignitoso.
Non è mai stato così, fin dal dicembre 2001, quando la Maroni-Tremonti approdava in Parlamento come collegato alla Finanziaria 2002 con l’obiettivo dichiarato, ma falso, di risanare una previdenza alla rovina sotto i colpi di una "Dini" da mandare alle ortiche o di un’aspettativa di vita cresciuta a dismisura tanto da richiedere tre anni di aumento dell’età di anzianità in una notte sola.
Non sono valsi né i risultati dell’indagine curata dallo stesso sottosegretario Brambilla sulla tenuta del sistema scaturito dalla "Dini", né i moniti delle organizzazioni sindacali che pure, responsabilmente, avevano contribuito a cambiare la previdenza collaborando alla legge "335" del 1995. No, la Maroni-Tremonti-Sacconi è rimasta in pista, presentata e ripresentata ai tavoli europei o a quelli confindustriali per dimostrare un’indimostrabile volontà di risanamento di conti appesantiti da mille altri balzelli interessati e indirizzati a beneficio di pochissimi.
Siamo ai giorni nostri. Anche le pensioni, come il conflitto d’interesse, la devolution, il cda Rai, la legge sul risparmio sono discusse con l’occhio fuori dall’aula di Montecitorio. "Non è merce di scambio", dicono ufficialmente gli uomini del centrodestra parlando della controriforma previdenziale, ma c’è qualcuno disposto a crederci?
In questo gioco al massacro che sta costando carissimo al Paese ci finiranno padri e figli perché se questa legge sarà approvata i primi si vedranno allungare l’età pensionabile, mentre i secondi avranno un futuro sempre più insicuro a causa della dalla precarizzazione diffusa dai devastanti effetti della legge "30". Quale risparmio potrà essere investito nel cosiddetto "secondo pilastro" trasformato in un’assicurazione di tipo privatistico, da chi ha soltanto un lavoro precario?
Smentita, dunque, l’ultima scusa di "avere a cuore i giovani", non ci resta che continuare ad elencare i difetti di una legge che non è né una riforma, né soprattutto un completamento della "Dini".
Questa legge stravolge la riforma del 1995 perché la prima si reggeva sul modello dei due pilastri della previdenza pubblica: quello obbligatorio e quello complementare e/o volontario. Questa, invece, indirizza il secondo pilastro verso le polizze individuali che per loro natura sono di carattere privatistico.
Questa legge sopprime di fatto il pensionamento di anzianità e stravolge un principio fondamentale della "335" che si basava sulla flessibilità dell’età pensionabile.
Questa legge riduce le "finestre d’uscita" cioè la possibilità di andare in pensione durante l’anno, da quattro a due.
Questa legge "salva" soltanto i primi 10mila lavoratori in mobilità che alla scadenza si troverebbero senza indennità e senza pensione. E gli altri?
Abbiamo presentato le nostre proposte, dopo averne discusso con le parti sociali.
Ci siamo interessati dei giovani cercando di inserire adeguate coperture figurative per i periodi di non lavoro dei precari e proponendo di armonizzare gradualmente le aliquote contributive degli ex Co.co.co e degli autonomi.
Ci siamo interessati delle imprese proponendo di intervenire, riducendolo, sul loro costo contributivo agendo sulla fiscalizzazione degli oneri sui redditi dei lavoratori meno qualificati e meno pagati.
Abbiamo cercato di dare piena attuazione alle norme per il riconoscimento, ai fini dell’accesso alla pensione, dei lavori particolarmente usuranti e rischiosi, ma anche di incentivare efficacemente il proseguimento dell’età lavorativa e il superamento dei prepensionamenti.
Non è stato lavoro inutile, ma si è infranto sul muro della deriva plebiscitaria inaugurata dal presidente del Consiglio che considera qualsiasi confronto una procedura fastidiosa. Il dialogo con le parti sociali o la discussione in commissione o in Parlamento per Berlusconi e molti dei suoi sono un’inutile perdita di tempo, lacci dai quali doversi liberare.
Il Paese ha già mostrato di non gradire. Il voto amministrativo ed europeo è una prima risposta ufficiale e forte che ha finito di terremotare una maggioranza che si regge su ricatti incrociati.
La riforma previdenziale non è un’arma, ma uno strumento per dare stabilità e sicurezza ai diritti delle lavoratrici e dei lavoratori. Soggetti non contemplabili nel soliloquio berlusconiano. Ma forse è arrivata l’ora dell’ultimo monologo.