“Commenti&Analisi” Pensioni e contratti: riforme con sorpresa (L.Pennacchi)

26/01/2004

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sabato 24 gennaio 2004
Pensioni
Pensioni e contratti: riforme con sorpresa
 di Laura Pennacchi

Lasciarsi alle spalle immagini caricaturali e recriminazioni – come invita a fare Fassino – non può significare che cala la sordina sulla discussione che si svolge nell’Ulivo, finalmente redivivo, e nell’opposizione. Implica, invece, che la discussione si concentri davvero sul merito.
Le proposte di Rutelli su contratti e pensioni io non le condivido, né sotto il profilo del metodo, né sotto quello del merito. Qui, per l’appunto, voglio soffermarmi sul profilo di merito, perché è quello su cui è più importante ora esprimersi con chiarezza, senza elusioni, quale è, invece, il rinvio, duro a morire, alla fuorviante (e ormai veramente stantia) contrapposizione tra riformisti e radicali. In gioco, infatti, assai meno del dilemma conservatorismo/riformismo, sempre di più è la qualità dell’iniziativa riformatrice.
La quale iniziativa si connota anche in base alla capacità di tenere testa alla «radicalizzazione» che le destre, nel mondo, hanno già impresso – con consapevole scelta – alle proprie politiche, come conferma il recente discorso di Bush sullo stato dell’Unione.
Per argomentare, occorre riportare primariamente l’attenzione sulla proposta avanzata in materia previdenziale (delega più maxiemendamento che sopprime il pensionamento di anzianità) dal governo Berlusconi, segnatamente dal duo Tremonti-Maroni. Infatti,
se ha ragione Rosy Bindi quando ci ricorda che le singole misure vanno valutate collocandole nei «contesti» a loro propri – tenere conto di «ciò che precede» e di «ciò che accompagna», lei dice -, allora non possiamo
trascurare che del «contesto» è parte essenziale anche ciò che ispira l’azione del governo Berlusconi.
Ebbene, su questo aspetto decisivo la conclusione è presto tratta. Il governo non è mosso da una vera finalità di riforma del sistema
previdenziale pubblico, bensì da finalità di altra natura, cioè da finalità spurie. Il duo Tremonti-Maroni combina la finalità dell’introduzione
di grimaldelli di privatizzazione, mediante la decontribuzione fino a 5 punti – la quale gioca un ruolo cruciale e per questo non verrà soppressa, come i sindacati concordemente hanno chiesto e chiedono, ma verrà soltanto rinviata – con un’altra finalità spuria, nell’immediato ancora più importante.
E cioè mantenere fede, almeno parzialmente, all’impegno preso qualche mese fa con lo «scambio» maturato a Bruxelles: una maggiore tolleranza del lassismo finanziario del governo italiano in cambio di un taglio netto alle pensioni dei malcapitati italiani.
Dunque, non è in questione solo il fatto – pur rilevante – che con le pensioni si pensa soprattutto a «fare cassa». È in questione un disegno più di fondo, il quale induce il governo di centrodestra a ricercare «salvacondotti» per poter proseguire indisturbato nella politica economica e sociale condotta fin qui. Quella stessa politica – la quale ha trovato il suo apogeo nella Finanziaria di quest’anno – che ha compromesso il risanamento finanziario realizzato dall’Ulivo, senza riuscire a rilanciare l’economia ed ha, anzi, mortificato i cittadini, le famiglie e la società. Quella stessa politica di cui l’opposizione considera
acclarato il fallimento e rispetto a cui, quindi, non dovrebbe essere disponibile a lanciare alcuna «ciambella di salvataggio» quale
inevitabilmente sarebbe, in questa situazione, una tattica – pur mossa dalle migliori intenzioni – di «riduzione del danno» in materia
previdenziale.
Certo, il comportamento del governo sulla questione pensionistica – ad altissima reattività sociale, non bisogna dimenticarlo – è pieno di oscillazioni, incongruenze, contraddizioni, a partire dall’ibridazione fra la soppressione di fatto del pensionamento di anzianità – con cui si punta a risparmi di spesa pubblica nella misura dello 0,7% del Pil – e la decontribuzione, la quale dissesta le casse dell’Inps e provoca maggiori, non minori, costi sulla finanza pubblica, pari a regime a 0,5-0,8 punti di Pil (e la mancanza di risorse per coprire questi maggiori costi è la vera
ragione per cui si parla di rinvio, non di cancellazione – si badi bene – della decontribuzione stessa). Tutto ciò provoca le perplessità e le resistenze di Fini e di Follini, di An e dell’Udc, ma pensare di servirsi di esse per «ridurre il danno», sarebbe vano: infatti, Fini e Follini dissentono su alcuni aspetti – e questo spiega perché il governo sia privo, a tutt’oggi, di una proposta collegiale – ma convergono nel disegno di fondo, e questo spiega perché il governo mantenga, nonostante tutto, la sua compattezza.
Ho altri rilievi di merito sulla proposta di Rutelli, i quali concernono tanto il piano dell’analisi della situazione socio-economica italiana, quanto il piano della declinazione strategica delle priorità. L’ipotesi dei «contratti
regionali» è discutibile non perché mira a rafforzare il secondo livello contrattuale – cosa sacrosanta -, ma perché evoca una sorta di «federalismo salariale» con implicazioni molto pericolose e perché avvalora la tesi – sbagliata – che il Sud d’Italia potrà svilupparsi solo se lì si abbasseranno i salari.
E ancora. Nella situazione odierna, prospettive di sviluppo futuro possono essere date separatamente ai giovani da un lato, agli anziani
dall’altro, o non debbono essere offerte «insieme», in un progetto comune per i giovani e per gli anziani, disinnescando un potenziale,
negativo conflitto intergenerazionale? Pochi giorni fa Romano Prodi, nel presentare al Parlamento Europeo il «programma di primavera» della Commissione, ha indicato tre obiettivi rilevanti per il futuro:
a) varare investimenti finalizzati alla costruzione della società della conoscenza (superando i ritardi nella realizzazione dell’agenda di Lisbona);
b) favorire la competitività attraverso l’innalzamento dell’innovazione e il miglioramento della «regolazione»;
c) promuovere l’invecchiamento attivo.
Ecco, anche per me sono queste le priorità. Ma metterle in pratica non è affatto cosa facile e scontata. Se consideriamo la possibilità di favorire l’invecchiamento attivo – che è la vera scommessa da vincere per poter fronteggiare la straordinaria transizione demografica da cui tutta l’Europa è attraversata -vediamo subito che essa non si sposa bene con l’allungamento obbligatorio dell’età pensionabile, allungamento obbligatorio che è invece contemplato – checché se ne dica -nella
proposta della Margherita, mentre non era contenuto nella legge 335. Infatti, lo spostamento obbligatorio dei limiti di età, se non cambiano le condizioni di vita e di lavoro, può semplicemente trasferire i lavoratori
anziani da una condizione di attività a una di disoccupazione – che è linattività più dolorosa -, posto che le imprese, normalmente indotte a sostituire i lavoratori anziani con i più giovani, oggi lo sono ancora di più anche dalle condizioni di sottosalario e di precarietà a cui i giovani sono così spesso condannati (e tanto più lo saranno quando la legge 30 sarà divenuta pienamente operativa).
Dunque, per aiutare davvero gli adulti a prolungare la vita lavorativa la vera questione è come imprese e società si riorganizzano – anche
sotto il profilo dei modelli culturali – per consentire la prosecuzione del lavoro degli anziani, quali e quanti programmi di formazione permanente vengono attivati, quali e quanti programmi di riorganizzazione del lavoro sperimentati, quali e quante possibilità di ristrutturazione dei tempi e delle forme di vita sollecitate.
Il riformismo autentico è ricerca, esplorazione, autointerrogazione. Se impiegheremo un po’ meno tempo a discutere di contenitori, di liste e di assetti organizzativi e dedicheremo più energie all’impegno di elaborazione programmatica e progettuale – senza pretendere di requisirlo in sedi e gruppi ristretti e chiusi -, faremo importanti passi in avanti.
Di metodo e di merito.