“Commenti&Analisi” Penalizzare i salari non aiuta l’economia (A.Recanatesi)

24/11/2003



24 Novembre 2003

SCENDE L’INFLAZIONE MA CALA ANCHE IL POTERE D’ACQUISTO
Penalizzare i salari non aiuta l’economia
di Alfredo Recanatesi

    Dallo scorso aprile l’indice dei prezzi al consumo è aumentato dello 0,2% al mese tranne a giugno e ad ottobre quando è aumentato dello 0,1. I primi dati di novembre indicano un aumento dello 0,2%, quindi più di ottobre ed in linea con la media dell’anno. L’inflazione, dunque non diminuisce come è stato annunciato. Tra ottobre e novembre si è ridotto l’aumento a dodici mesi – dal 2,6 a (sembra) il 2,5 – solo perché nel novembre del 2002 l’aumento dei prezzi fu più consistente (lo 0,3%), cosa che ormai non interessa più nessuno. La questione può sembrare irrilevante dato che si sta parlando di qualche decimale di punto percentuale, ma è invece cruciale se non altro per motivi psicologici. Pochi decimali, infatti, fanno la differenza tra la difesa e la perdita di potere d’acquisto dei salari di fatto.
    In termini reali i salari si stanno riducendo: secondo il presidente dell’Istat, sulla base delle rilevazioni dell’Istituto che sono le più complete e generali, i salari di fatto si sono ridotti dello 0,7% nel 2002 e dell’1% nella prima metà di quest’anno. Anche qui, sembra poco, ma invece è tanto. È tanto, appunto, in chiave psicologica dal momento che è difficile accettare – non solo per chi è salariato, ma per l’intera classe dirigente del Paese – un regresso della remunerazione del lavoro che non sembra tanto occasionale e transitorio poiché deriva – come è stato detto in altra occasione – da un progressivo arretramento della produttività in atto da tempo. Ma è tanto anche perché il dato riguarda i lavoratori che hanno una occupazione a tempo indeterminato, quelli che consideriamo più protetti, ma nel conto dell’effettivo andamento dei redditi da lavoro dipendente occorre mettere anche quanto sta avvenendo nel mondo del lavoro, ossia la sostituzione della occupazione a tempo pieno e indeterminato con una occupazione che per la maggior parte non è regolata da contratti nazionali ed in molti casi, come quello dei co.co.co., nella forma non è neppure lavoro dipendente.
    Si tratta di una occupazione precaria, parziale e quasi sempre sottopagata. Si può dunque concludere, anche se manca una base statistica certa, che quei quasi due punti percentuali citati dal presidente dell’Istat, se proiettati sull’intero lavoro dipendente, sono molti di più. Per valutare la portata di questa perdita del potere d’acquisto occorre poi considerare che riguarda essenzialmente le fasce a più basso reddito, e dunque i redditi le cui variazioni di traducono direttamente ed integralmente in variazioni dei consumi.
    La quale variazione dei consumi, per altro, è accentuata anche da un’altra componente di reddito che si è fortemente ridimensionata, quella data dal risparmio finanziario. Dagli anni ’80 il risparmio finanziario si è diffuso anche a fasce di redditi medio-bassi che ne venivano integrati in modo apprezzabile anche con patrimoni relativamente modesti dato che i tassi di interesse erano cospicui.

    Il risanamento finanziario degli anni ’90 ha penalizzato queste fasce di reddito riducendo il potere d’acquisto che avevano raggiunto.
    La caduta dei tassi di interesse, infatti, ha eroso gran parte di quella integrazione del reddito; in cambio gli ha dato un credito più buon mercato che però, nel caso più rilevante che è quello dei mutui per l’acquisto della casa, è stato vanificato dalla esplosione dei prezzi.
    Questi fattori non conducono ad una quantificazione certa della perdita del potere d’acquisto dei lavoratori dipendenti; ciò nondimeno dicono che si tratta di un fenomeno rilevante. Le condizioni di vita di una parte cospicua della popolazione sono peggiorate, oggettivamente per i motivi appena ricordati e soggettivamente per l’incertezza e la precarizzazione che hanno investito anche chi ha una occupazione piena ed a tempo indeterminato. La situazione economica mondiale può giustificare che il reddito nazionale in questi anni non sia cresciuto, non che si sia modificata la sua distribuzione per lo più penalizzando i redditi medio bassi a favore di quelli medio alti.
    Questa redistribuzione è frutto di politiche presentate come necessarie per generare sviluppo, occupazione, benessere. Invece, non solo hanno prodotto conseguenze di segno opposto, ma si sono risolte anche in una perdita della capacità di autosostentamento dell’economia italiana attraverso una sostenuta domanda interna, ed in una riduzione della capacità del sistema produttivo di trarre vantaggio dalla ripresa della domanda mondiale. Che quelle politiche non conducano agli obiettivi desiderati, dunque, dovrebbe essere evidente, com’è evidente che non c’è esempio nella storia che un sistema economico si sia rafforzato attraverso un peggioramento delle condizioni di vita della parte prevalente della sua popolazione