“Commenti&Analisi” Parte il federalismo contrattuale (G.Bolaffi)

08/03/2004


8 Marzo 2004

LE NOVITA’ DEL NUOVO ACCORDO PER GLI ARTIGIANI
Parte il federalismo contrattuale

di
Guido Bolaffi
segr. generale Confartigianato
LA principale novità dell’accordo quadro siglato da imprese artigiane e sindacati sta nel fatto di essere stato raggiunto. Una verità che può suonare strana se riferita al mondo dei rapporti contrattuali ma che la dice lunga sul profondo malessere e la grave improduttività che, da tempo, contraddistinguono le relazioni industriali del nostro Paese. Per la prima volta, infatti, dopo molti anni un’intesa di portata generale ed innovativa unisce anziché dividere Cgil, Cisl e Uil. Una novità positiva che viene ulteriormente rafforzata dal fatto che le parti sono giunte alla firma mettendo da parte, una volta tanto, il tradizionale quanto distruttivo metodo dello scontro e dei rapporti di forza privilegiando, invece, quello del dialogo e dell’investimento sul reciproco riconoscimento. Sul fondo si staglia l’innovazione sostanziale: l’avvio di quello che potremmo definire il nuovo federalismo contrattuale che grazie a questa intesa vede per la prima volta la luce. Di che si tratta? E’ presto detto. A differenza ed all’opposto della vecchia ricetta delle gabbie salariali, rigida, statalista ed imposta dall’alto al libero esercizio contrattuale, piccole imprese e sindacati hanno deciso ieri di demandare al loro confronto regione per regione, la definizione e la misurazione dei differenziali di produttività e del costo della vita che vanno riconosciuti ai lavoratori occupati in imprese che operano in un mondo produttivo sempre più variegato regionalmente. In questo modello si lascia al contratto nazionale di categoria il ruolo di riferimento quadro per le normative e di fissazione dei minimi salariali periodicamente aggiornati sulla base del tasso di inflazione programmato. Tutto il resto «scende giù per li rami» ed obbliga gli attori sociali a dotarsi, finalmente, di uomini e sedi adatte a produrre ciò che tutti vorrebbero da loro: confronti sui fatti e non scontri ideologici per chiarire una volta per tutte che per essere in regola il salario non può essere costretto nella camicia di forza dell’uniformità su tutto il territorio nazionale. Prescindendo, cioè, dai differenziali di produttività e del costo della vita. Oggi c’è bisogno di due livelli contrattuali, nazionale e regionale, per premiare le realtà più produttive e dove si spende di più per vivere. Ma anche per riconoscere qualche merito in più là dove la contrattazione è pane quotidiano e non una rendita di posizione. Una verità che suona forse come una bestemmia per qualche geloso custode di ideologie sindacali di altri tempi, ma che i lavoratori non solo capiscono bene ma che, forse, da troppi anni, attendono. La contrattazione si riavvicina dunque ai luoghi della produzione e ai problemi di tutti i giorni presenti nel territorio.
Una sacrosanta virata verso il basso resa, se possibile, ancora più significativa dall’avvio, previsto nell’intesa di sistemi pensionistici integrativi su base regionale. Tutto bene dunque? Speriamo. Innanzitutto perché mai come in questo caso gli esiti sono nelle mani e nelle capacità degli attori sindacali. Ma anche perché la fase di sperimentazione prevista per il primo periodo di avvio speriamo serva veramente per correggere possibili errori ed eventuali manchevolezze e non, come spesse accaduto in passato, per riaccendere contenziosi al momento solo accantonati. D’altronde sarebbe miope e poco realistico qualsiasi tentativo di svalutare la novità dell’intesa con la scusa che essa riguarda solo una parte del mondo produttivo di minori dimensioni. E’ noto infatti che il valore delle innovazioni non si misura a peso. Ma soprattutto è anche bene ricordare che l’area economica interessata riguarda più di un milione e mezzo di addetti e quasi 800 mila aziende. Esattamente quelle che negli ultimi anni con la loro crescita hanno compensato il pesante declino di colossi blasonati del nostro Gotha imprenditoriale.