“Commenti&Analisi” Paola che non Aspetta la Rivoluzione (B.Ugolini)

11/10/2004


            lunedì 11 ottobre 2004

            Atipiciachi
            Paola che non Aspetta la Rivoluzione

            di Bruno Ugolini

            C’è un’opera teatrale di Samuel Beckett dal titolo «Aspettando Godot». È un titolo che mi è balzato alla mente leggendo sulla mailing list “arteofficina@mail.cgil.it” uno scambio di messaggi sotto un altro titolo che ha una qualche parentela con Beckett: «Aspettando la rivoluzione». È un confronto che ha a che fare con tanti dibattiti dentro la sinistra contemporanea. Meglio di tanti discorsi e documenti. I protagonisti sono donne e uomini che un po’ come tanti “dottor Jekill” sono lavoratori dipendenti e nello stesso tempo “soci”, in qualche modo imprenditori. E raccontano le loro difficili esperienze. Le sintetizza Paola che è, appunto, una “socia-lavoratrice” di una grande cooperativa che gestisce i servizi aggiuntivi di siti archeologici e musei dislocati in tre regioni italiane. Sono riusciti a raggiungere, dopo quattro anni di lotta sindacale tre accordi.

            Non è stato facile perché la direzione aziendale (in teoria loro “soci”) adottava un sistematico boicottaggio delle agitazioni sindacali condotte dal Nidil-Cgil e dalla Filcams. La motivazione era che si correva il rischio di spingere la soprintendenza ai beni culturali ad interrompere la concessione dei servizi.


            Fatto sta che per anni hanno vissuto senza Tfr, quattordicesima mensilità, maggiorazioni per le festività lavorate e straordinari, con i tre giorni di carenza di malattia mai retribuiti. E c’era, nell’occasione di scontri e trattative, un Direttore dell’Ufficio Risorse Umane che minacciava di ritirarsi a vita monastica se fossero state accolte le richieste sindacali. Costui, racconta Paola, amava presentarsi come un “riformista di destra”, facente parte della sinistra. La verità, commenta, è che oggi «c’è un po’ di confusione su cosa significhi essere di sinistra». Comunque gli accordi sono stati fatti e la cooperativa non è crollata. Non solo, oggi parla di sé come di «un’azienda che costruisce la sua forza sulla tutela dei diritti dei lavoratori".


            I dettagli di questa vicenda Paola li espone per far capire agli altri partecipanti alla “mailing list” che se si vuole il riconoscimento dei diritti fondamentali bisogna far crescere la presenza e la forza del sindacato. Solo così è possibile contrastare la legge 30 sul mercato del lavoro, voluta dal governo di centrodestra, spiega, e mettere dei paletti alla continua richiesta di flessibilità e precarietà. «Non sono – precisa – «un’ossessionata dal sindacato, sono solo una storica dell’arte, convinta che le nostre professionalità possano e debbano essere riconosciute e tutelate».
            Tra chi le risponde c’è però Marco, informatico e «incazzato col Paese che l’ha illuso con una laurea». Per questo obietta: «Non credi che sia proprio il sistema delle cooperative che deve essere superato? Non pensi che sarebbe assai più ragionevole che la Sovrintendenza assumesse a tempo indeterminato una grande quantità di lavoratrici e di lavoratori? Non pensi che dovrebbe definitivamente scomparire il precariato?». Paola risponde elencando quanto hanno saputo conquistare nella sua cooperativa con la metà dei Co.Co.Co diventati a tempo determinato (contratti di formazione lavoro, inserimento, apprendistato, ecc.), mentre gli operatori didattici hanno avuto contratti a progetto. Ora c’è un rapporto lavorativo che consente ai collaboratori da un lato di essere realmente dei lavoratori che operano in piena autonomia e dall’altra di esigere dei diritti che prima non avevano. Con la possibilità di avere una propria rappresentanza, di svolgere assemblee, la sicurezza di avere un contratto per almeno un anno e la consapevolezza di godere di un diritto di prelazione secondo il quale la cooperativa è tenuta a rinnovare i vecchi contratti prima di poterne stipulare altri.


            E alla fine Paola tira queste conclusioni: «Non è il migliore dei mondi possibili, certo. Caspita se mi piacerebbe essere assunta io stessa e tutti i lavoratori atipici direttamente dalla Soprintendenza, farei carte false perché non esistesse più alcuna forma di precariato e ingiustizia sociale, e sono perfettamente d’accordo sul fatto che le cooperative dovrebbero avere una diversa regolamentazione, ma adesso penso che non possiamo più permetterci di aspettare, trincerandoci nel rimpianto di quel che avrebbe potuto essere e che non è stato. Non pensate anche voi che a volte ci vuole più coraggio a combattere le battaglie di tutti i giorni, quelle che passano inosservate, quelle che sono spesso poco comprese, che vedendoci più impegnati ci espongono alle critiche più feroci, piuttosto che aspettare eroiche rivoluzioni?». Ben detto.