“Commenti&Analisi” Pace e lavoro – di Guglielmo Epifani

02/05/2003

              giovedì 1 maggio 2003

              Pace e lavoro
              Guglielmo Epifani

              L scelta di dedicare il 1° maggio di quest’anno al tema della pace e di tenerlo nel luogo simbolo, tanto amato anche dalla gente della Cgil, di dialogo e comprensione fra popoli, fedi religiose e culture, quale è Assisi, non ha solo il valore di testimonianza.
              Nella festa più solenne e sacra che c’è per il mondo del lavoro, c’è quindi la testimonianza, ma anche l’impegno profuso dal sindacato italiano in favore della pace e contro la guerra. Quel termine “ricostruire la pace” non è un riferimento scontato ai soli problemi
              che ha oggi l’Iraq. Ma è la riconferma della preoccupazione e dell’impegno della Cgil e di tutto il sindacato confederale italiano sui destini del mondo, sulle incognite che pesano nella costruzione di un governo democratico della mondializzazione sulla base dell’universalità dei diritti, dell’eguaglianza delle persone e del ripudio della guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti.
              È evidente che la crisi dell’Onu non si è prodotta sulla questione della guerra in Iraq, ma si protrae da tanto tempo, così come i nodi irrisolti
              che tante volte abbiamo denuciato del funzionamento delle grandi istituzioni monetarie e commerciali internazionali. Oggi, però, come ci
              ha detto il Presidente francese Chirac nell’incontro avuto con i sindacati dei Paesi del G8, è evidente che sono in campo due ipotesi e due scenari per il futuro della globalizzazione. Il primo è fondato sull’affermazione dell’interesse unilaterale che oggi è sostanzialmente rappresentato dalla scelte dell’amministrazione repubblicana
              degli Stati Uniti d’America, e che nel passato hanno avuto altri Paesi direttamente o indirettamente attestati sullo stesso interesse.
              Il secondo è fondato sul principio, difficile da conquistare ma ineludibile del metodo multilaterale, della costruzione di sedi internazionali democratiche e legittimate a decidere, di istituzioni
              finanziarie che abbiano – come chiede la Cisl internazionale – nella costituzione di un Consiglio di Sicurezza economico e sociale il suo punto di riferimento e di guida. È in fondo, sia pure in un’altra dimensione, il problema che ha la costruzione e il fondamento costituzionale della futura Unione Europea.
              Ma è quella del progetto del sindacato l’unica strada che è in grado,
              per il futuro, di assicurare all’Europa e al Mondo uno sviluppo realmente sostenibile. Un mondo dove l’acqua e la salute non siano merci, sottoposte alla logica di mercato e dove i beni pubblici, come l’istruzione, non siano considerati oggetti commerciali. La possibilità di mantenere la pace passa per la possibilità di costruire questa cultura, questa volontà e questi processi costituenti.
              La scelta di Assisi vuole essere naturalmente l’omaggio al ruolo di una terra e di una Regione che hanno fatto del buon governo e della pace il
              loro tratto distintivo e, insieme, un riconoscimento aperto e condiviso del ruolo che la Chiesa e il Santo Padre hanno avuto e hanno nella
              denuncia dei mali del mondo, della povertà, dell’emarginazione e della guerra. Il fatto poi che, ancora una volta, siamo insieme a Cisl e Uil
              è la conferma di come, malgrado le divisioni che ci sono, resti per tutti, e per la Cgil, resti fondamentale il valore dell’unità.
              E voglio aggiungere, con chiarezza, che i fischi e gli insulti, rivolti a Milano il giorno del 25 aprile al segretario della Cisl e il grave episodio dell’altra notte contro la sede della Cisl di Torino sono contro i valori, la storia, le proposte, il senso di rispetto reciproco che sono tipici del
              sindacato italiano e della Cgil.
              Questo primo maggio è naturalmente anche l’occasione per ricordare al Paese e al mondo del lavoro i problemi profondi che attraversano
              la nostra società. La crescita economica è ferma.
              Quello che abbiamo chiamato declino industriale avanza. Il governo non ha una positiva idea di sviluppo e di coesione sociale, prova ad attaccare le pensioni ed ha già ridotto con la legge 30 i diritti di chi lavora. La riforma degli ammortizzatori sociali, che urgente, è scomparsa da ogni priorità. Per i diritti dei lavoratori parasubordinati
              il governo non offre nessuna prospettiva. E la stessa cosa vale per i diritti dei lavoratori nelle imprese con meno di 15 dipendenti. E a quelle
              imprese che hanno scelto la strada della riduzione dei diritti e della precarizzazione come unica via per evitare il declino, oggi rinnoviamo fermamente il nostro appello a cambiare strada perché in quella strada non c’è futuro. Come non c’è un vero futuro in un Paese che non riconosca i fondamentali diritti di cittadinanza, e i giusti diritti di chi lavora, di chi è in pensione, dei tanti giovani a cui resta precluso il futuro di un lavoro giusto e dignitoso.