“Commenti&Analisi” Ora le parti sociali devono essere coraggiose – di M.Tiraboschi

07/04/2003



              Sabato 05 Aprile 2003
              ITALIA-LAVORO


              Ora le parti sociali devono essere coraggiose


              DI MICHELE TIRABOSCHI
              Buona ultima, non senza qualche mal di pancia di troppo in ambito sindacale, l’Italia si adegua alle regole europee in materia di organizzazione dell’orario di lavoro. Giunge così a conclusione una vicenda che si trascinava da troppi anni. La direttiva comunitaria 93/104 avrebbe dovuto essere recepita entro il novembre 1996. Sette anni oltre il tempo massimo, la delega contenuta nella comunitaria 2001 è stata rispettata per appena una manciata di giorni. Sette anni, a partire dal novembre 1996, era il tempo che si erano invece date le istituzioni comunitarie, nelle disposizioni finali della direttiva, per procedere al riesame dei profili più innovativi dopo una prima fase di sperimentazione: la possibilità di derogare al periodo di riferimento di 4 mesi per calcolare la durata massima settimanale dell’orario di lavoro fissata in 48 ore comprensive dello straordinario, da un lato; la possibilità di rinviare direttamente al singolo lavoratore, senza la contrattazione collettiva, la decisione di superare il limite medio settimanale di 48 ore nell’arco dei 4 mesi, dall’altro. Sotto il primo profilo, al fine di stemperare l’impatto della regola che impone l’introduzione di un tetto massimo di quarantotto ore settimanali, comprensive di straordinario, alla durata settimanale dell’orario di lavoro, il Governo italiano, analogamente agli altri Paesi, ha ampiamente utilizzato le deroghe al periodo normale di riferimento fissato in 4 mesi. La direttiva parla di durata media da calcolare nell’arco di quattro mesi, estensibili sino a sei e a dodici a fronte di ragioni obiettive di carattere tecnico, produttivo, organizzativo, specificate nei contratti collettivi. Nel Regno Unito, per esempio, è possibile estendere il periodo di riferimento fino a 26 settimane in casi particolari e fino a 52 settimane mediante accordo collettivo. Deroghe per via contrattuale sono ammesse anche nei Paesi Bassi, Germania, Austria Irlanda e Finlandia. In Belgio il periodo di riferimento può essere esteso a un anno per via negoziale, mediante regio decreto, previa consultazione delle parti sociali, e, a certe condizioni, persino nell’ambito del regolamento d’impresa. I criteri di delega, che sul punto rinviavano all’accordo interconfederale del 12 novembre 1997, hanno invece precluso la possibilità di sperimentare deroghe al vincolo delle 48 ore settimanali mediante contratto individuale. L’ipotesi è poco diffusa anche negli altri Paesi, se si eccettua il Regno Unito, ma avrebbe potuto costruire un interessante terreno di innovazione nelle tecniche legislative di tutela del prestatore di lavoro. La facoltà di derogare per via individuale al limite delle 48 ore era condizionata alla tenuta di appositi registri delle autorità competenti, cui sarebbe stato concesso di vietare o limitare, per ragioni di tutela della salute e sicurezza, la possibilità di superare l’orario massimo settimanale. La direttiva peraltro stabiliva che nessun lavoratore potesse subire un danno per il fatto di non essere disposto ad accettare la deroga. In linea con gli altri ordinamenti europei la nuova disciplina valorizza invece ampiamente la contrattazione collettiva. Accogliendo le indicazioni contenute nei pareri delle camere, il decreto approvato dal Consiglio dei Ministri non interviene più sugli effetti dei contratti collettivi che, dunque, manterranno la loro efficacia fino a quando non interverrà una diversa regolamentazione pattizia. C’è da augurarsi che tale scelta del Governo, di rispetto forse eccessivo della autonomia negoziale collettiva in presenza di precise indicazioni del legislatore comunitario, non si traduca in una mera conservazione dell’esistente ma spinga piuttosto le parti sociali, che rimangono a questo punto assoluti domini della materia, a sottoscrivere con maggiore ampiezza e convinzione accordi sulla modernizzazione della organizzazione dell’orario di lavoro. Quegli accordi costantemente sollecitati dalle istituzio