“Commenti&Analisi” Ora che l’economia va il lavoro rischia lo stop (A.Recanatesi)

17/11/2003


17 Novembre 2003

IL PARADOSSO DELL’OCCUPAZIONE IN ITALIA
Ora che l’economia va il lavoro rischia lo stop

di
Alfredo Recanatesi
IN Italia l’occupazione ha determinato un paradosso e ora prospetta il paradosso contrario.
Il paradosso è che in questi ultimi anni l’occupazione è cresciuta malgrado l’economia abbia sostanzialmente ristagnato; il suo contrario è che, con l’avvio della sospirata ripresa che sembra delinearsi nei dati più recenti, l’aumento dell’occupazione pare esaurito e destinato a lasciare il campo a una nuova flessione.
Tutto questo contrasta con i canoni classici dell’economia, secondo i quali l’occupazione sale solo quando cresce la produzione della ricchezza; fino a qualche anno fa, anzi, gli economisti convenivano sul fatto che, mettendo in conto l’aumento della produttività dovuto al progresso tecnologico e organizzativo, per fare crescere l’occupazione fosse necessaria una crescita di almeno il 3% l’anno. La ragione per cui l’occupazione è cresciuta malgrado la stagnazione, però, c’è; anzi è più di una.
Fermandoci alle principali: va ricordato in primo luogo il processo di deindustrializzazione che l’Italia subisce a partire dai primi Anni 90. I grandi gruppi industriali che l’Italia contava hanno cambiato volto: si pensi solo a tutta l’attività industriale delle partecipazioni statali per comprendere come e quanto l’industria manifatturiera si sia ridotta: erano aziende dalla reputazione non sempre invidiabile, certo, ma per motivi molto più finanziari che strettamente industriali.
In luogo dell’occupazione industriale che si è ridotta (ormai è meno del 30% del totale) è fortemente cresciuta quella nei servizi. Solitamente la transizione dell’occupazione dall’industria ai servizi è ritenuta un fenomeno proprio delle economie più progredite, ma il caso italiano è diverso. I servizi che da noi sono cresciuti non sono tanto quelli sofisticati e di alta specializzazione che connotano l’economia come post-industriale, ma quelli a bassa o nulla qualificazione, per lo più sottopagati (si pensi ai call-center), che si sono moltiplicati non perché più evoluti e ricchi, ma come rimedio alla contrazione dell’attività manifatturiera, alla deindustrializzazione appunto.
A ben guardare, infatti, i servizi che sono cresciuti in Italia non sono quelli che implementano la produzione di ricchezza, ma soprattutto quelli che si contendono i consumi di quanti, in virtù di una combinazione di fortuna e merito, partecipano ancora alla produzione della ricchezza e al primo stadio della sua distribuzione: dunque lavanderie, ristorazione, discoteche, palestre e attività consimili.
Il risultato è stato una flessione della produttività media degli occupati alla quale si è accompagnata una flessione del loro reddito reale medio. Siamo nel campo della redistribuzione del reddito più che in quello della sua produzione.
Lo stesso effetto è stato determinato da un altro fattore della crescita dell’occupazione, ossia dalla flessibilità introdotta con le molteplici forme di contratti atipici e con le diverse riforme che in questo senso anche da ultimo sono state adottate. Lo abbiamo già osservato in altre occasioni: questi contratti non hanno determinato un aumento dell’impiego del fattore lavoro, ma solo la ripartizione su un maggior numero di persone della stessa quantità di lavoro che il sistema produttivo richiedeva. Un buon risultato sotto il profilo della solidarietà, ma non certo sotto il profilo che il mondo imprenditoriale aveva dato per certo, ossia quello di un più elevato impiego produttivo del potenziale di lavoro presente nel Paese.
Da ultimo va menzionato anche l’effetto dei diversi incentivi fiscali e contributivi accordati un po’ da tutti gli ultimi governi per la creazione di posti di lavoro il cui effetto più apprezzabile, però, non sembra essere stato tanto un aumento dell’occupazione, quanto l’emersione di una preesistente occupazione in nero, compresa quella degli extracomunitari regolarizzati con la sanatoria della legge Bossi-Fini.
In definitiva, per i fattori che l’hanno determinato e per la natura che ne è conseguita, l’aumento dell’occupazione degli ultimi anni non giustifica il trionfalismo col quale spesso viene presentato: il progresso, lo sviluppo, la crescita dell’economia sono cosa diversa da un processo che appare in primo luogo di adattamento alla stagnazione e alla perdita di peso dell’industria.
Un processo che comunque dalla metà di quest’anno sembra del tutto esaurito, né quel poco di crescita che potrà arrivarci di riflesso dal resto del mondo sembra in grado di modificare sostanzialmente le cose. D’ora in avanti, quindi, l’occupazione, il monte di ore di lavoro, potrà crescere solo in misura correlata all’intraprendenza della classe imprenditoriale e agli investimenti che verranno effettuati. Come, alla fine dei conti, è normale che sia in un’economia che cresce anziché arrangiarsi.