“Commenti&Analisi” Ora bisogna intervenire sulla sicurezza sociale – di C.Dell’Aringa

09/04/2003



              Mercoledí 09 Aprile 2003
              ITALIA-LAVORO
              ANALISI
              Ora bisogna intervenire sulla sicurezza sociale
              DI CARLO DELL’ARINGA

              Coniugare flessibilità con sicurezza, questo è ormai il «leit-motiv» della Strategia europea per l’occupazione (Seo). E per sicurezza non s’intende tanto o solo stabilità «del» posto di lavoro (con un contratto standard a tempo pieno e indeterminato), quanto sicurezza «nel» mercato del lavoro, vale a dire sicurezza garantita sia con il sostegno del reddito, in caso di disoccupazione, sia con il rafforzamento della professionalità e delle potenzialità lavorative utili per far approdare velocemente i disoccupati verso posti di lavoro alternativi. Il nostro Paese non ha ancora raggiunto adeguati livelli né di flessibilità né di sicurezza, e deve impegnarsi maggiormente per realizzarli. Questo è il succo delle raccomandazioni che la Commissione europea rivolge ai responsabili di politica del lavoro del nostro Paese. Le raccomandazioni sui contenuti del Nap (Piano nazionale per l’occupazione) non sono mai state tenere con l’Italia e quelle di quest’anno non fanno eccezione. Il nostro Paese ha sempre dimostrato una certa pigrizia nel mettere in pratica gli orientamenti della Commissione. Questa volta però non dovrebbe essere difficile dare una risposta adeguata e sufficientemente articolata. Le riforme del mercato del lavoro, concordate fra Governo e parti sociali, sono di portata molto ampia e contengono forti elementi di innovazione. Come ha recentemente osservato un esponente sindacale di primo piano, con questa riforma si è raggiunto il massimo di flessibilità possibile in Italia. Sarà interessante verificare, a riforma avvenuta, se il nostro Paese riuscirà a risalire qualche posizione nella graduatoria internazionale della flessibilità del mercato del lavoro, che oggi lo vede in coda, con Grecia, Portogallo e Spagna. Ma la Commissione non obietta solo che occorre attivare strumenti più idonei per alzare il tasso di occupazione (il più basso fra i Paesi europei), suggerisce anche di investire maggiormente in «sicurezza» e in particolare nel sostegno dei redditi di lavoratori che perdono il posto di lavoro. In questo settore si è fatto, sinora, molto poco: i nostri sussidi sono di modesto ammontare, durano pochi mesi e i possibili beneficiari sono una piccola frazione di tutti coloro che, disoccupati, sono alla ricerca di un impiego. Qualche segnale di cambiamento arriva, però, anche su questo fronte. Nello scambio fra flessibilità e sicurezza, i sindacati hanno ottenuto un miglioramento significativo sul versante delle garanzie del reddito. Esiste un progetto di legge delega in discussione, che prevede di raddoppiare (più o meno) l’ammontare e la durata del sussidio di disoccupazione. È un passo in avanti, anche se resta da fare ancora qualcosa. Esistono categorie di lavoratori (soprattutto di piccole imprese) esclusi dai benefici dei cosiddetti «ammortizzatori sociali» e prima o poi occorrerà pensare anche a loro, non escludendo opportune iniziative delle parti sociali che, ispirandosi al principio della bilateralità, dovranno individuare le fonti di finanziamento. Nel contempo, vanno potenziati gli strumenti di politica attiva (collocamento, addestramento professionale, formazione continua) per fare in modo che i disoccupati trovino velocemente un posto di lavoro ed evitare che i sussidi di disoccupazione si traducano in disincentivi alla ricerca di posti alternativi (come purtroppo è successo in alcuni Paesi della Comunità che hanno deciso di ridurre anziché aumentare i sussidi!). La politica «di attivazione» nei confronti di chi cerca lavoro (che ci vede ancora poco attrezzati e poco incisivi) è un tassello importante e va vista come politica complementare al rafforzamento degli ammortizzatori sociali. Le altre raccomandazioni riguardano la tassazione dei redditi da lavoro, la creazione di «buoni» posti di lavoro, il superamento degli squilibri regionali: sono certamente fondate, ma chiamano in causa strumenti di intervento che coinvolgono le più generali politiche dello sviluppo economico e sociale.