“Commenti&Analisi” Nuovo Welfare, via al Tfr nei fondi (Chiorazzo e Milani)

18/06/2004


    sezione: COMMENTI E INCHIESTE
    data: 2004-06-18 – pag: 8
    autore: DI VINCENZO CHIORAZZO E CARLO MILANI*
        *Abi/Funzione Ricerche e Analisi
    ANALISI
    Nuovo Welfare, via al Tfr nei fondi
    La creazione di un solido pilastro di previdenza integrativa deve rappresentare uno dei principali scopi della riforma del nostro sistema pensionistico. I dati non lasciano equivoci: se in Italia i fondi pensione pesano poco più dell’1% sul totale delle attività finanziarie delle famiglie, in Germania e Spagna tale quota sale al 5%, in Gran Bretagna e negli Stati Uniti si avvicina al 25%, in Olanda sfiora il 40. Riusciremo a ridurre il divario che tuttora ci separa dalla media dei principali Paesi, a due lustri di distanza dall’approvazione della legge sui fondi pensione? Insieme all’effettiva e piena concorrenza tra fondi negoziali e fondi aperti, sarà il trasferimento del Tfr maturando il motore primo dello sviluppo dei fondi pensione.
    Accantonata l’ipotesi del "dirottamento obbligatorio", il legislatore si è orientato, giustamente, verso la formula del silenzio-assenso; va da sé che l’obbligatorietà avrebbe garantito un maggiore afflusso di risorse verso i fondi, ma il prezzo sarebbe stato troppo elevato: ai lavoratori sarebbe stato imposto di modificare le loro scelte sotto il profilo del rischio, di sostituire un investimento dal rendimento garantito con uno soggetto al rischio finanziario connesso con le scelte di asset allocation del fondo pensione.
    Anche con il silenzio-assenso la spinta può essere molto significativa. I dati di base ci dicono che la massa retributiva da lavoro dipendente è oggi pari a circa 200 miliardi di euro e il flusso complessivo di Tfr è pari approssimativamente a 14 miliardi. Inoltre si può stimare che le risorse patrimoniali dei fondi pensione e delle polizze individuali pensionistiche (Pip) complessivamente destinate a prestazioni previdenziali siano intorno ai 38 miliardi, l’1,3% delle attività finanziarie complessivamente detenute dalle famiglie. Partendo da questi dati di base, abbiamo effettuato una proiezione contabile di lungo termine.
    Quanto alle principali variabili macroeconomiche abbiamo ipotizzato: 7 una crescita annua del Pil, in termini reali, pari mediamente all’1,5% (con oscillazioni comprese tra lo 0 e il +3% circa); 7 un tasso d’inflazione del 2% in media (e variabile tra lo 0,8% e il 3,2%); 7 una crescita delle monte retributivo pari al 3% all’anno in termini nominali (0,5% di incremento di occupazione, 0,5% di incremento di produttività e 2% di inflazione). Date le ipotesi macro, l’evoluzione della consistenza patrimoniale dei fondi resta crucialmente legata al tasso di adesione dei lavoratori, da un lato, e al rendimento della massa accantonata, dall’altro. Con riguardo al primo aspetto abbiamo ipotizzato che il tasso di adesione al trasferimento del Tfr ai fondi pensione tramite silenzio-assenso possa essere intorno al 60% e abbiamo valutato, inoltre, che possano affluire risorse aggiuntive su base volontaria (sommatoria delle contribuzioni dei datori di lavoro e dei singoli lavoratori) pari al 4% del monte retributivo.
    Con riguardo al secondo aspetto, abbiamo ipotizzato un rendimento della consistenza del risparmio previdenziale del 5% all’anno (40% in più del rendimento medio del Tfr del periodo 2000-03) con oscillazioni in un corridoio tra il 3 e il 7% circa. L’esercizio mostra che per la previdenza integrativa il prossimo potrebbe essere effettivamente un decennio diverso da quello, infruttuoso, già trascorso: secondo i nostri calcoli, l’incidenza dei fondi pensione sul totale delle attività finanziarie delle famiglie italiane sarebbe pari, nel 2015, al 7,4%, 6 punti percentuali al di sopra del livello del 2003; nel 95% dei casi, comunque, la quota del risparmio previdenziale dovrebbe essere compresa tra il 6 e il 9,5% circa. Il trasferimento del Tfr ai fondi pensione è una condizione necessaria allo sviluppo della previdenza complementare ma sarebbe sbagliato considerarla, di per sé, sufficiente. Vanno dunque create le condizioni di contesto tali da rendere realistica, e anzi prudenziale, l’ipotesi di un tasso di adesione del 60% come quella da noi adottata. Affinché al decennio dell’inconcludenza segua quello della svolta, è necessario che si affermino almeno quattro condizioni.
    La prima è che i fondi pensione diventino importanti protagonisti del nostro mercato finanziario, cioè si affermino come investitori istituzionali, oltre che come veicolo di raccolta di un risparmio, gestito poi, eventualmente, da altri operatori.
    La seconda è che vi sia la massima trasparenza in materia di costi e ricavi dell’investimento previdenziale, che i lavoratori siano posti nelle condizioni di conoscere su base continuativa la performance del proprio fondo pensione e che non vi siano su questo fronte opacità o zone d’ombra.
    La terza è che si crei un ambiente favorevole all’investimento di lungo termine di natura previdenziale; è in altre parole necessario che cresca anche un flusso aggiuntivo di risparmio di lungo termine, al di là del Tfr, che agevoli l’accesso ai mercati finanziari da parte delle imprese. In tutto ciò sarà determinante il nuovo assetto relativo alla tutela del risparmio. Infine vi è una condizione che attiene al sistema di Welfare. La probabilità che il Tfr, a riforma approvata, vada concretamente e massicciamente a finanziare la previdenza complementare crescerà se, in tempi brevi, sarà reinserita nell’agenda della politica economica la questione della costruzione di un forte sistema di ammortizzatori sociali. È infatti anche l’assenza di un tale sistema che ha spinto e che spinge a considerare le risorse del Tfr come risorse per la copertura di eventi imprevisti, piuttosto che per l’integrazione dell’assegno di pensione.