“Commenti&Analisi” Nuovi tempi, vecchie parole (M.Deaglio)

19/10/2005
    mercoledì 19 ottobre 2005

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    Nuovi tempi
    vecchie parole

      Mario Deaglio

        RIP van Winkle, protagonista di una notissima fiaba americana, dormì per molti anni e quando si svegliò si trovò in un Paese totalmente diverso: c’era stata la rivoluzione e la bandiera britannica non sventolava più. Se un Rip van Winkle italiano si fosse addormentato cinque anni fa, alla fine della legislatura passata, e si svegliasse ora, potrebbe pensare di aver dormito una notte sola: si troverebbe infatti un Paese in cui non è sostanzialmente cambiato quasi nulla ed è generalmente peggiorato quasi tutto. Questa sensazione di immutabilità della forma e di deterioramento progressivo della sostanza è molto evidente nei due discorsi che sono stati pronunciati nella giornata di ieri rispettivamente da Silvio Berlusconi e da Antonio Fazio.

          Vi è continuità tra la scatenata invettiva politica, quasi a 360 gradi, del presidente del Consiglio al convegno di «Liberal» e molte sue allocuzioni pre-elettorali del 2000-2001. Berlusconi è riuscito ad attaccare in un colpo solo le banche, accusate di essere di sinistra e la sinistra per essere disfattista, l’Istat colpevole di nascondere la realtà di una congiuntura in ripresa, i media per non sottolinearla abbastanza, il sindacato perché ingrato di fronte ai «regali» contenuti nella riforma pensionistica e perfino gli artisti che si lamentano di tagli (a suo dire inesistenti) alle spese per la cultura. E’ mancato solo un attacco a The Economist, il settimanale inglese espressione per eccellenza del capitalismo moderno – che, in questi anni, il presidente del Consiglio ha ripetutamente accusato di essere «comunista» – per ripetere quasi alla lettera il cliché della retorica politica berlusconiana di cinque anni fa.

            Tutto ciò sarebbe spiegabile proprio come esempio di retorica politica se, appunto, Berlusconi non fosse il presidente del Consiglio bensì uno sfidante che aspira a diventarlo e usa le armi, lecite nella polemica preelettorale, dell’esagerazione e della distorsione; si tratterebbe di un discorso da politico e non da statista che fa davanti al Paese i conti di fine mandato. E proprio delle qualità dello statista sembra esserci bisogno in un’Italia che deve recuperare lo sguardo lungo. Uno statista partirebbe dall’obiettivo riconoscimento che le cose non sono andate come ci si aspettava, forse più per colpa della congiuntura internazionale che della politica economica, e non cercare di presentare agli elettori un modestissimo, e ancora incerto, rimbalzo della congiuntura come la fine dei problemi dell’Italia, dal momento che «chi aveva i soldi ne ha fatto un po’ di più perché le borse sono cresciute» e «i commercianti hanno lucrato».

              Il secondo discorso, in netto contrappunto a quello di Berlusconi, è stato pronunciato dal Governatore della Banca d’Italia nella sua audizione al Senato sulla prossima legge finanziaria. Come è suo solito, e come se nulla fosse successo, Antonio Fazio ha enunciato in maniera distaccata, con il suo abituale, freddissimo eloquio, un giudizio non sfavorevole delle misure proposte dal governo che saranno tra breve esaminate dal parlamento; il tono immutato contrasta però con la sostanza della sua diagnosi. Cinque anni fa affermò, in analoghe occasioni, che l’Italia stava affacciandosi a un «nuovo miracolo economico». Il nuovo miracolo economico non si è materializzato ed è mancata, in questi anni, un’analisi approfondita dei motivi di questo grave insuccesso.

                Cinque anni fa, le parole del Governatore venivano ascoltate con rispetto da tutti e seguite da domande altrettanto rispettose da ogni versante politico. Oggi invece sono risuonate in un’atmosfera quasi surreale: i gruppi parlamentari dell’Unione hanno dichiarato di non voler porre domande a Fazio e hanno lasciato la commissione all’inizio della discussione, esempio evidente di una volontà di delegittimazione legata alle notissime vicende della banca centrale italiana; tali vicende, e il loro incredibile protrarsi, privano il Paese di un ingrediente essenziale per il buon funzionamento dell’economia e costituiscono un indebolimento al quale il Governatore non intende por fine.

                  A questo punto il nostro Rip van Winkle italiano sarebbe fortemente tentato di riprendere il sonno interrotto e di potersi risvegliare, sperabilmente dopo mesi anziché dopo anni, in un Paese diverso, retto da uomini più lungimiranti e meno retorici e meno attaccati alle cariche che occupano.