“Commenti&Analisi” Nulla era previsto, tutto era previsto (B.Ugolini)

16/07/2004





     
    Venerdì, 16 Luglio 2004

    Il 14 luglio della concertazione

    Nulla era previsto, tutto era previsto

    Bruno Ugolini

    Nulla era previsto, tutto era previsto. Stiamo parlando della rottura tra la Cgil e la Confindustria. Ha suscitato stupori e interrogativi. Non sono, infatti, trascorsi molti giorni da un incontro caloroso tra il popolo della Cgil e il nuovo presidente della Confindustria Luca di Montezemolo. Che cosa è mai successo per turbare quello che sembrava un clima nuovo?

    C’è da chiarire che gli applausi che avevano salutato il successore di Antonio D’Amato erano indirizzati soprattutto alla volontà proclamata d’imprimere all’organizzazione imprenditoriale una svolta rispetto al passato. La parola magica, ritornata alla ribalta, era «concertazione».


    Nessuno però, nel principale sindacato italiano, si faceva troppe illusioni. Nessuno aveva certo maturato l’idea che la Confindustria, improvvisamente, intendesse cambiare mestiere, abbandonare la difesa degli interessi per i quali è sorta. Nell’incontro di ieri, però, Montezemolo e i suoi uomini hanno fatto di più.


    Hanno presentato un documento-piattaforma, non facile da digerire, impresentabile nelle sue parti «sindacali». Tutti sapevano, ad esempio, che la Cgil non era disposta a fissare ora un negoziato sul modello contrattuale, alternativo a quello scelto nel 1993. Lo sapeva il presidente della Confindustria e lo sapeva anche il segretario della Cisl Savino Pezzotta. Che pure da tempo insiste perché una nuova soluzione sia concordata.


    Sono ingiustificate le ragioni di Guglielmo Epifani? Non è facile confutarle. È vero, infatti, che stiamo precipitando in uno scontro sociale non di poco conto. Che cosa direbbero i dipendenti pubblici, i tranvieri, i bancari, i metalmeccanici intenti al rinnovo del cosiddetto secondo biennio, se le Confederazioni invece di sostenerli, alla ricerca di soluzioni positive, si impegolassero in certosine discussioni sui contratti del futuro? Ed è vero o no che Cgil, Cisl e Uil, d’amore e d’accordo, avevano dato vita ad apposite commissioni atte proprio a trovare una seria sintesi su opinioni diverse, relative, appunto, al modello contrattuale? Commissioni che non hanno esaurito il loro compito.


    Eppure si è voluto procedere, sapendo benissimo a che cosa si andava incontro: un’ennesima rottura. Ed ora non sarà facile uscirne. Non sarà facile nemmeno per una Confindustria che si voleva rinnovata e che ora rischia di ripetere copioni già visti, con risultati pessimi, anche rispetto ad una possibile azione comune verso il governo, sui problemi dello sviluppo, delle risorse destinate alle innovazioni produttive.
    Il tutto, forse, per ispirazione di quell’Alberto Bombassei che è proprio l’uomo che nella Federmeccanica ha aiutato la nascita di un pesante contratto separato. Chi sogghigna è Roberto Maroni. Un ministro del Welfare che ignora come la sorte crudele che ha colpito Giulio Tremonti sia in agguato anche per lui, accusato, non dalla sinistra ma dalla «destra sociale», d’essere il guastatore di ogni dialogo.


    Non sappiamo se c’entra la politica in tutto questo. Non convincono i retroscena proposti ad ogni occasione per la Cgil (anche se questa volta gli esperti in materia tacciono). Non siamo attirati nemmeno da altri scenari, come quelli raccontati dal Corriere della sera, a proposito di un «pranzo di lavoro», precedente il colloquio con la Confidustria, svoltosi tra lo stesso Maroni e i segretari Cisl e Uil.


    L’ultima volta che abbiamo accennato ad una tentazione, presente nella Cisl, rispetto ad un presunto disegno neocentrista caro all’Udc, siamo stati aspramente rimproverati da Savino Pezzotta. Allora ci spiegò come le divisioni nascano per ragioni solo e soltanto sindacali, inerenti due diverse filosofie. Una, ad esempio, con la Cisl che insiste per la difesa delle buste paga nelle piccole aziende, anche attraverso la contrattazione territoriale e un’altra con la Cgil che non intende sguarnire i contratti nazionali. Se le cose stanno così, però, non può essere Luca di Montezemolo a sciogliere il dilemma e aiutare una sintesi esauriente.


    Una cosa, infatti, appare chiara. L’appuntamento fatidico del 14 luglio sarebbe andato in modo assai diverso se a quel tavolo confindustriale dove a dire il vero si va per contrattare, riservando al governo la «concertazione», per prima cosa le tre Confederazioni avessero letto un loro documento, una loro piattaforma.
    Magari partendo non da problemi di ingegneria negoziale ma dalle questioni che il mondo del lavoro invoca: fate crescere il Paese che declina, costruite una risposta salariale ormai inderogabile, favorite una stabilizzazione del lavoro oggi sottoposto alla pioggia scozzese di una frammentazione che rischia di scardinare diritti e sindacati.