“Commenti&Analisi” Non solo questione d’Ordine (M.C.De Cesari)

01/12/2003



      Lunedí 01 Dicembre 2003

      Professioni


      Non solo questione d’Ordine


      di M. CARLA DE CESARI

      Europa "giudice" per le professioni. Non solo per chi confida nella liberalizzazione e fa il tifo per il commissario europeo, Mario Monti. Ma anche per chi, contro questa impostazione, gioca in difesa e punta, con un contropiede ben riuscito (e con un po’ di fortuna), a vincere la partita. Rafforzando gli Ordini e i loro istituti tipici, in nome della peculiarità delle professioni, dell’interesse generale e delle garanzie a favore degli utenti. Sono passati i tempi in cui l’Europa parlava la lingua della liberalizzazione. Nel Parlamento di Strasburgo, infatti, si fa strada il partito che sostiene l’esclusione degli Ordini dalla disciplina sulla concorrenza. Un esonero non totale, ma "delimitato" alla funzione pubblica svolta dagli Ordini, che si configura quando l’orizzonte è l’interesse generale. Tuttavia, l’affermazione – contenuta in una proposta di mozione del Ppe, non ancora messa ai voti – manderebbe in crisi l’impostazione della giurisprudenza, secondo cui gli Ordini sono associazioni d’imprese (al di là della loro veste giuridica, anche di enti pubblici) anche se, nel concreto, alcune loro decisioni sono improntate all’interesse generale.

      È dunque una via stretta quella del commissario Monti, che ammette l’importanza degli aspetti non economici per decidere la regolamentazione delle professioni ma, nello stesso tempo, invita a un ripensamento, in particolare su tariffe e pubblicità. I minimi fissati per decreto tendono infatti ad allineare il livelli dei corrispettivi anche quando non sono inderogabili. In questo modo, però, si limita la concorrenza che ha nei prezzi uno dei fattori rilevanti. Si tratta di una conseguenza di cui vale la pena chiedersi l’ineluttabilità e la necessità, soprattutto quando in gioco è la generalità delle prestazioni professionali. Il rischio, neanche tanto lontano, è quello di scadere nel corporativismo, perdendo di vista proprio quell’interesse generale che è posto a giustificazione delle tariffe. In questo senso vale la pena di richiamare le censure del Consiglio di Stato rispetto al procedimento per adeguare le tariffe degli avvocati. Tralasciando il merito degli aumenti (e il sospetto è che il rialzo richiesto sia ben più alto del recupero dell’inflazione), i giudici di Palazzo Spada hanno infatti richiamato il ministero della Giustizia. Il motivo è di aver "semplicemente" recepito le proposte degli avvocati, senza aver esercitato il potere di decisione e valutazione. L’omissione è particolarmente grave perché è proprio la determinazione del ministero a costituire garanzia per gli utenti, per quanto riguarda la trasparenza delle tariffe e la "sostenibilità" sociale del costo delle prestazioni. In questi due fattori, il Consiglio di Stato ha rintracciato le coordinate dell’interesse pubblico. Se invece quest’ultimo rimane indefinito, tutto si può giustificare in suo nome. Il problema è allora quello di determinarne i confini, per garantire il raggiungimento del risultato e per evitare regolamentazioni sovradimensionate. La rivoluzione, forse piccola, inizia da qui, anche senza spingersi all’abolizione delle tariffe.