“Commenti&Analisi” Non belligeranti come nel‘39 – di L.Bonanate

21/03/2003

              21 marzo 2003

              Berlusconi
              NON BELLIGERANTI
              COME NEL ’39
              di Luigi Bonanate

              Èpossibile che tra due belligeranti ci sia posto anche per dei non-belligeranti? Secondo il nostro governo sì, che forse non
              ricorda chi e come inventò la formula della «non-belligeranza»: il primo settembre 1939 quando, alleato della Germania hitleriana, Mussolini non onorò il «Patto d’acciaio» stret-to pochi mesi prima e si chiamò fuori dichia-rando la sua adesione ai fini di guerra nazisti, e nello stesso tempo violando i patti. Infatti non proclamò una neutralità (eventualmente benevola, come in uso nella prassi internazionale),
              ma un’alleanza zoppa perché non se la sentiva di assumersi tutte le responsabilità del caso.
              Per fortuna di tutti noi, il caso attuale non è altrettanto spaventoso,
              ma va comunque inquadrato nell’atteggiamento estremamente disinvolto assunto in questi giorni da chi che si è messo a distribuire patenti di amici e nemici ai quattro venti. Il governo statunitense comunica di avere 30 alleati ufficiali e 15 segreti o anonimi: chi li può contare? Ma se si può capire lo spirito di chi andando in guerra vuole sentirsi spalleggiato dal maggior numero di amici possibile, ben altra è la condizione in cui si viene a trovare oggi il nostro Paese: meno che in guerra, ma non più in pace. Ora, se c’è un evento che ha sempre chiarito le posizioni, e quindi chi sta con chi, ebbene questa è proprio la guerra, e lo sforzo di «smarcarsi» risulta per un verso poco dignitoso (ma questo riguarderebbe soltanto il governo), ma più che altro (e questo vale per tutti noi) ambiguo: siamo o no nella coalizione anti- Iraq? Vogliamo tenere il piede in due staffe?
              Tale stato di incertezza non può essere contrabbandato come un supremo tentativo di mediazione o l’estrema coniugazione di un politichese ingenuo. In un Paese largamente schierato contro questa
              guerra, in presenza di un’autorità morale significativa come quella
              del Papa, lo sforzo di Berlusconi è di non spiacere a nessuno, mentendo a tutti, come del resto si è visto nel tour diplomatico che ha fatto nelle settimane scorse, assicurando a tutti gli statisti che incontrava di esser d’accordo con loro, ma senza chiedersi con chi lo fosse invece ciascuno di quelli.
              La partita che si giocò tra Mussolini e Hitler non ebbe altro esito che
              un rinvio. L’Italia uscì dalla belligeranza il dieci giugno successivo
              per la «pugnalata alle spalle» alla Francia. Quella decisione fu strappata, a carissimo prezzo, da Ciano che aveva fatto di tutto per dissuadere Mussolini dal seguire Hitler nell’abisso.
              La sua vittoria provvisoria regalò all’Italia qualche mese di rinvio ma non la sottrasse al disastro. I giuristi di tutto il mondo allora trasecolarono di fronte a una formula non prevista né nelle norme né nelle consuetudini del diritto internazionale e se noi la guardiamo oggi, con il senno di poi, possiamo dire che si era trattato di un rallentamento o di un primo incerto passo verso la guerra (come del resto si rivelò). Anche la posizione adottata da Berlusconi si
              spiega così? A quale livello di allarme ci attestiamo? Gli ondeggiamenti di Berlusconi hanno preso le mosse da un’iniziale totale solidarietà con le intenzioni bellicose di Bush. Poi, dopo le grandiose dimostrazioni pacifiche in giro per il mondo e anche in Italia, egli ha ammorbidito progressivamente la posizione rassicurando la pubblica opinione sulle
              intenzioni solo diplomatiche del governo che voleva far da mediatore
              tra tutti, e infine, temendo un crollo di popolarità come quello subito dal suo amico Aznar in Spagna, è ricorso definitivamente alla «non-belligeranza». Ma il compito dei governi è governare e non piacere; è scegliere ciò che ritengono giusto e dunque doveroso, non addolcire la pillola per accontentare tutti. Il rischio dell’impopolarità è
              duro da correre, specialmente se si è impostata tutta una carriera politica sull’immagine e l’apparenza, ma la politica richiede statisti, capaci cioè di esporre con rigore le proprie visioni e di difenderle anche contro un’opposizione rigida e magari aspra. Il dissenso non è
              una malattia, è anzi il sale della democrazia: ci si informa, si discute,
              e poi infine si delibera, senza la ricerca di artificiosi unanimismi.
              A suo tempo, nell’esempio tante volte ricordato in questi giorni, della
              guerra del Kosovo, il governo D’Alema assunse determinate responsabilità che avrebbe perseguito anche senza il voto dell’opposizione, ma anche incassando un non piccolo dissenso dalla sua stessa parte politica e dalla coalizione.
              Ora Berlusconi non può cercare di sottrarsi al giudizio popolare e politico dicendosi d’accordo con tutti, figurando nella lista dei coalizzati, ma anche compiacendo una parte del governo, il Presidente della Repubblica, il Papa. E chi altri ancora? Il rischio (che per Mussolini fu una certezza) è di dispiacere a tutti.