“Commenti&Analisi” Nella corsa a Baghdad nuova storia di libertà – di M.Novak

28/03/2003



          Venerdí 28 Marzo 2003
          I dubbi e le certezze dell’America


          Nella corsa a Baghdad nuova storia di libertà


          di MICHAEL NOVAK

          Mentre scrivo, le forze della coalizione si sono avvicinate a Baghdad con una velocità senza confronti nella storia delle azioni belliche moderne. L’Iraq è grande quanto la Francia. Ma neppure con comandanti di mezzi corazzati brillanti come Patton e Montgomery la corsa attraverso la Francia nel ’44 fu veloce come questa. Né le vittime, civili e militari, sono state così basse. Per ora, questa brillante corsa è stata, nella storia delle migliori operazioni militari, un successo. Per salvare vite fra i civili, in ossequio a una corretta condotta di guerra, la forza nella sua rapida avanzata ha bypassato i grossi centri urbani. Si fa tutto il possibile per risparmiare vite civili. Le forze della coalizione avevano quattro altri obiettivi che sembravano ben difficili da realizzare. Dovevano conquistare i campi petroliferi sia a Sud che a Nord, per evitare un disastro ambientale prima che fossero minati dagli uomini di Saddam. Ugualmente, dovevano prendere immediatamente il controllo dell’oleodotto a Umm Qasr per impedire un altro disastro ecologico nel Golfo Persico. Dovevano inoltre conquistare rapidamente l’Iraq occidentale per impedire lanci di missili sui Paesi confinanti, come accadde nel ’91. Quarto, dovevano proteggere i curdi nel Nord e stabilizzare quel fronte. Tutti questi obiettivi, apparentemente impossibili, sono stati realizzati in cinque giorni, con una rapidità e una precisione che non vanno sottovalutate. Anche chi non ha, come me, particolare accesso a dati di intelligence avrebbe potuto prevedere facilmente il conseguimento di questi obiettivi. Prevedevo che la gente dell’Irak avrebbe accolto con gioia le truppe della coalizione non appena certi di poterlo fare senza troppi rischi. E lo hanno fatto nei villaggi sciiti del Sud, lontano dagli occhi dei fiduciari di Saddam, pochi ben identificati e ormai scomparsi. Non nelle grandi città, dove la struttura del partito Baath, i fiduciari di Saddam e le sue spie stanno ancora minacciando la gente. La paura domina ancora. Il comandante in capo, Saddam, può ancora essere vivo e la sua crudeltà è amaramente ben nota. Bisogna aspettare che la gente dell’Irak sia ben convinta che il regime è finito. Deve essere, per loro, una fine tangibile. E allora si vedrà che cosa davvero pensa la gente dell’Irak, una volta libera di parlare. È sufficiente guardare ai curdi del Nord, relativamente protetti dallo scudo della no-fly-zone mantenuta dagli aerei alleati negli ultimi 12 anni. Stateli a sentire, se volete sapere che cosa dice la gente una volta liberata dal giogo di Saddam. Negli Stati Uniti abbiamo sofferto nel vedere le immagini dei prigionieri chiaramente maltrattati dagli iracheni (l’intero filmato non è stato trasmesso qui, ma si trova su Internet; sono state trasmesse parti del filmato, evitando i volti dei morti americani). Si tratta di immagini disgustose. Ma siamo un popolo forte. Queste cose ci rendono profondamente determinati, e rafforzano la nostra determinazione esattamente come lo ha fatto il crimine dell’11 settembre 2001. Nella seconda guerra mondiale, dal ’41 al ’44, la gente degli Stati Uniti ha sopportato notizie ben più brutte di quelle arrivate negli ultimi cinque giorni. Nella nostra guerra civile combattuta dal 1861 al ’65, un conflitto senza precedenti allora nella storia militare per intensità dei combattimenti e profondità delle sofferenze, abbiamo combattuto per la libertà, per liberare gli schiavi. E per lo stesso motivo abbiamo combattuto nella prima guerra mondiale, per la libertà, così come espressa e incarnata nei Quattordici Punti di Wilson. E per lo stesso motivo abbiamo combattuto nella seconda guerra mondiale, e durante la guerra fredda, per liberare altri popoli. E in Irak per noi è lo stesso. Lo stato d’animo negli Stati Uniti è buono, e migliora. Ma sappiamo che ci saranno battaglie sanguinose per i nostri soldati prima che il regime di Saddam crolli e gli iracheni sappiano di essere davvero finalmente liberi. Sono turbato quando sento che vi sono organi di informazione in Europa che fanno da megafono a ogni difficoltà della coalizione e quasi tangibilmente sperano in una sua sconfitta. La maggior parte della gente in Europa crede nella libertà e nei diritti umani, e quando finalmente si renderanno conto delle barbarie commesse da Saddam, penso che giudicheranno tutte queste cose in un altro modo.