“Commenti&Analisi” Montezemolo si occupi di capitale e lavoro (S.Cingolani)

25/05/2005
    lunedì 23 maggio 2005

      EDITORIALE

        DEPRESSIONE 2. LE COLPE DEGLI INDUSTRIALI

          di Stefano Cingolani

            Invece di voler fare l’allenatore della nazionale
            Montezemolo si occupi di capitale e lavoro

              «Onorevole Presidente del Consiglio, signori ministri, signore e signori, l’economia italiana è stagnante, il mondo degli affari depresso – e le riforme moribonde. La responsabilità ricade su un governo paralizzato dai conflitti interni, una opposizione che non sembra avere una politica economica dinamica o riforme da offrire, organizzazioni sindacali che preferiscono fare scioperi anziché contratti e su noi imprenditori uniti solo a parole, ma sostanzialmente incapaci di giocare fino in fondo la partita contro il declino dell’Italia». Se volesse colpire davvero l’ uditorio, Luca di Montezemolo, giovedì mattina, dovrebbe aprire così la sua seconda assemblea da presidente della Confindustria. Seguendo, in buona sostanza, il copione fornito dall’ultimo numero dell’Economist che, sicuramente, durante questo week end, avrà letto e meditato a fondo.

              Dodici mesi fa, aveva solleticato l’orgoglio degli industriali: il capitalismo italiano non è Cirio, non è Parmalat. Aveva chiesto alle banche di diventare quello che dovrebbero essere, il trait d’union tra risparmio e investimento. Aveva invitato il governo a sostenere la produzione di ricchezza e non la rendita. E i sindacati a chiudere una stagione di divisioni. Ai mercati internazionali dai quali siamo sempre più dipendenti, non per colpa dell’euro, ma della globalizzazione (se colpa si può chiamare), aveva lanciato l’immagine vincente della Ferrari. Invece…

              Invece, era meglio prendere decisioni drastiche, persino drammatiche, per costringere tutti a cambiare strada. Secondo uno studio di Abn, mezzo milione di posti di lavoro sono in pericolo, volendo ripristinare l’equilibro tra domanda e offerta in base a un puro meccanismo di mercato. Ma tutti sembrano ignorarlo. E la Confindustria s’accontenta della promessa di tagliare l’Irap in tre anni. Per i bilanci aziendali è un beneficio. Per l’economia nel suo insieme può esserlo solo a condizione che quei denari servano a comprare macchine non a finanziare scalate alle banche. I rapporti di Mediobanca mostrano che non sono mancati i profitti finanziari, sono mancati gli investimenti.

              Così, il primo anno di Montezemolo, cominciato con le più grandi aspettative, è diventato un annus horribilis. Nel frattempo, il presidente di Confindustria si è disperso in mille altri impegni, dalla Fiat (e che impegno!) alla Fiera di Bologna. E’ un grande uomo di relazioni pubbliche, ama i mass media e si occupa di giornali. Intanto, serpeggia il desencanto tra una base imprenditoriale che lo aveva accolto come salvatore. Il rischio di trasformarlo (anche ingiustamente) nel capro espiatorio per tutto quel che va male, è grandissimo.

              Montezemolo ha un solo modo per evitarlo: riprendere l’iniziativa. E riprenderla innanzitutto nel core business della Confindustria la quale non è un governo ombra né una opposizione ombra. Ma una associazione di interessi particolari che cerca di perseguirli tenendo in mente l’ interesse generale. Uno dei mali dell’Italia è che tutti vogliamo diventare allenatori della nazionale, come si dice. Compito della Confindustria è occuparsi innanzitutto del rapporto tra capitale e lavoro. Dunque, Montezemolo giovedì dovrebbe annunciare una svolta drastica nelle relazioni sindacali, con qualche idea nuova per rendere più flessibili l’orario, il salario, l’utilizzo degli impianti, e per ridurre in modo strutturale il costo del lavoro cresciuto dal 2000 ad oggi del 40% rispetto a quello tedesco. In cambio potrebbe offrire un carnet di riforme nel sistema delle imprese.

              Non ci si può solo lamentare della carenza di innovazione, quando la vera distanza con gli altri paesi nella spesa in ricerca e sviluppo non dipende dalle risorse pubbliche, ma da quelle private. Ci vorrebbe, allora, una sorta di "otto per mille" destinato a R&S, non a carico dei contribuenti, ma alimentato da una quota degli utili e degli incentivi, e dai grandi profitti delle banche. Molto meglio di sostegni a pioggia, nuovi automatismi assistenziali o salvataggi pubblici. Non è la pietra filosofale, ma darebbe un segnale. Un altro riguarda l’intreccio di interessi tra banca e industria: la fine del debitore di riferimento con l’introduzione di solide barriere proprietarie renderebbe il sistema più aperto il mercato. C’è, poi, la corporate governance che non è cambiata in modo sostanziale. I patti di sindacato hanno germinato contropatti, la catena di comando dei grandi gruppi resta lunga e tortuosa. La finanza americana, dopo Enron, è diventata più trasparente, ha detto Alan Greenspan. Quella italiana, dopo Parmalat, no. Se è vero che il male dell’Italia si chiama soprattutto credibilità, sono proprio uno, cento, mille segnali come questi che possono arrestare la caduta.