“Commenti&Analisi” Mondo del lavoro tra antagonismo e partecipazione (M.Unnia)

08/06/2004


       
       
       
       
      Numero 136, pag. 1 del 8/6/2004
      Autore: di Mario Unnia
       
      Mondo del lavoro tra antagonismo e partecipazione
       
       
      Schiacciati tra eventi più grandi di loro (Bush, il papa, la morte di Manfredi), il congresso della Fiom e il convegno dei giovani imprenditori hanno avuto un’attenzione marginale dalla stampa. Eppure non sono mancati aspetti interessanti.

      A Santa Margherita i giovani talenti dell’imprenditoria, come li ha chiamati il presidente Anna Maria Artoni, si sono uniti al coro che celebra la nuova stagione della concertazione aperta da Montezemolo: era inevitabile. Ma si sono spinti oltre, fino a immaginare ritocchi salariali generosi e la contrattazione ristrutturata su più livelli, sollevando qualche perplessità in Alberto Bombassei, vicepresidente di Confindustria per le relazioni con i sindacati. Per contro, questo entusiasmo giovanile è piaciuto a Savino Pezzotta e a Luigi Angeletti. I quali, per altro, avrebbero dovuto preoccuparsi del sondaggio su pensioni, salute e lavoro, condotto dall’Ispo e presentato al convegno: sulla sanità la gente non è insoddisfatta come i sindacalisti vanno raccontando, sulle pensioni chiede interventi incisivi, ben oltre la riformina del governo, e solo il 39% vuole più spesa sociale pagata con più tasse, fatte pagare ai ricchi, naturalmente.

      Il ministro Giulio Tremonti non deve aver apprezzato che solo il 31% degli intervistati si è dichiarato favorevole alla riduzione delle tasse e della spesa sociale, e probabilmente si sarebbe atteso dai giovani un chiaro sì al taglio delle imposte personali, ovvero a un fisco di ispirazione liberale. Deluso, ma sempre in vena di riforme, ha rassicurato i giovani che l’8 per mille sarà esteso al terzo settore, il quale per la verità spesso opera in concorrenza con le imprese che gli stavano di fronte. Tornando alla concertazione, è toccato ancora una volta al ministro Roberto Maroni mettere le mani avanti, ricordando che si può concertare quanto si vuole, l’importante è convenire che alla fine tocca al governo decidere, senza tener conto dei veti di una delle parti sociali. La partita è finita lì, e ognuno è rimasto della propria idea sulle magiche conquiste dell’accordo del Ô93. Montezemolo giustamente propone di non parlarne più, e forse Guglielmo Epifani a quattr’occhi gli avrà promesso che lo farà, ma è difficile evitare la questione che quella data evoca: la concertazione è una cosa, e il dialogo sociale è un’altra, e i costi e i benefici sono assai diversi.

      Ambedue i ministri hanno avuto attenzione anche per l’altro evento, il congresso della Fiom che negli stessi giorni si svolgeva a Livorno. Qui c’è stata meno retorica e più determinazione. La concertazione modello Ô93 ai sindacalisti metalmeccanici non piace proprio. E quando parlano di prospettiva unitaria rivolta ai colleghi della Cisl e della Uil escludono che abbia come perno il metodo dell’accordo a tre con imprese e governo: l’obiettivo unitario, se ha da essere, è il ricupero del potere salariale, mediante l’aumento delle retribuzioni ben oltre l’inflazione percepita, la leva fiscale e una revisione incisiva del welfare. Il fatto che la federazione si sia ricompattata sulla linea del segretario Gianni Rinaldini sta a dimostrare che la Fiom unita vuole recuperare l’egemonia sull’intero scacchiere metalmeccanico, con il supporto di parole d’ordine e di proposte contrattuali dall’alto valore simbolico per tutti i sindacati. Tra queste, un maggior coinvolgimento diretto dei lavoratori nelle vertenze nazionali, una definizione della rappresentanza che tenga conto dei rapporti di forza tra le federazioni e la difesa, verrebbe da dire a oltranza, della centralità del contratto nazionale. Il messaggio alle imprese è dunque chiaro.

      Com’era prevedibile, la questione Fiat è stata al centro del dibattito e si è caricata di un valore emblematico che s’era attenuato negli ultimi tempi. Due i punti fermi per la Fiom, un nuovo piano industriale, verosimilmente diverso da quello di Morchio e anche dalle ipotesi di nuovi poli accennate da Montezemolo, e un dissenso sulla presenza delle banche nel capitale dell’azienda. Se proprio deve esserci un intervento per il rilancio deve essere pubblico: prospettiva che farà certo piacere ai nostalgici delle partecipazioni statali e ai boiardi disoccupati che svernano all’ombra di governo e opposizione. Anche per Epifani il destino degli stabilimenti torinesi è la cartina di tornasole della svolta di cui si parla, e si sogna. Non ha però fatte proprie le riserve sull’asse industria-banche che Rinaldini invece non vede di buon occhio perché porterebbe allo spezzettamento del gruppo e alla inevitabile chiusura degli impianti. E così dicendo la Cgil si è collocata a pieno titolo nell’asse concertativo dei volonterosi della ripresa, verso il quale i suoi sindacalisti metalmeccanici mantengono una ´riserva di classe’.

      C’è un elemento particolarmente interessante che collega i due eventi, Santa Margherita e Livorno, e si concretizza in una domanda: qual è la reciproca percezione dei giovani imprenditori e dei sindacalisti metalmeccanici? I primi sembrano confidare in un cambiamento culturale del mondo del lavoro subordinato, nel quale non vi sia più traccia della coscienza di classe, o, se c’è, sia in via di estinzione, e quindi propongono il metodo della partecipazione. Per contro, i sindacalisti metalmeccanici ripropongono la visione del datore del lavoro come antagonista (vedi le proteste di Melfi): si richiamano al modello vetero sindacale dello scontro di classe, e colgono, come Bertinotti, nella precarietà che pervade il mondo del lavoro subordinato l’elemento scatenante di una rivolta sociale. Difficile conciliare queste diverse percezioni: forse solo la ripresa dell’economia, al di là delle ideologie, può avvicinarle in modo virtuoso, ma occorre che i giovani imprenditori ritrovino il coraggio e l’orgoglio dei padri, e i sindacalisti riscoprano la realistica vocazione negoziale dei predecessori. (riproduzione riservata)

      Mario Unnia