“Commenti&Analisi” Modello contrattuale innovativo (M.Sacconi)

08/07/2004


        sezione: ITALIA-LAVORO
        data: 2004-07-08 – pag: 21
        autore: DI MAURIZIO SACCONI*

        * Sottosegretario ministero del Walfare

        INTERVENTO

        Modello contrattuale innovativo
        Contrattazione e concertazione — o dialogo sociale tripartito che dir si voglia — non sono pratiche tra loro confondibili né del tutto indipendenti l’una dall’altra. Certamente il perseguimento di obiettivi come il recupero di competitività e una rinnovata coesione sociale richiedono un modello cooperativo di relazioni industriali ed una cornice di politiche pubbliche quanto più condivisa da istituzioni e parti sociali.
        Il Paese ha peraltro bisogno di scambi alti e forti tra gli attori del negoziato affinché — in un ragionevole equilibrio degli interessi — si possa produrre quella "scossa", o "spallata" alle vecchie sclerosi, capace davvero di generare una crescita corrispondente alle nostre potenzialità.
        Nessuno si illuda di poter eludere nodi concreti come il rispetto — ancorché "intelligente" — dei vincoli dell’Unione europea, il giudizio dei mercati finanziari, il contenimento della spesa corrente per liberare risorse agli investimenti e alla riduzione della pressione fiscale, le riforme strutturali come — dopo il lavoro — quella previdenziale. In questo contesto non è altrettanto eludibile la necessità di individuare risposte adeguate alle pulsioni salariali — conseguenti alla moderazione "piatta" degli anni Novanta — in termini pur coerenti con le esigenze di competitività, che includono il controllo dell’inflazione.
        A questo proposito è stato giustamente evocato il rispetto degli accordi del 1993 e quindi della politica dei redditi nei termini oggi consentiti dal superamento dei prezzi amministrati e delle tariffe pubbliche.
        Questo richiamo ripropone in primo luogo l’utilità di uno strumento come l’inflazione programmata, funzionale a quel "gioco d’anticipo" consigliato da Tarantelli nell’accordo del febbraio 1984. Essa deve essere definita in termini tali da stimolare tutti i soggetti, pubblici e privati, a concorrere al contenimento dell’inflazione tendenziale, modificando le aspettative con comportamenti coerenti rispetto a quell’indicatore. La individuazione di questo obiettivo, insieme ragionevole ed ambizioso, è oggi resa meno difficile dai livelli più contenuti dell’inflazione e dalla prospettiva — non più rinviabile — di un modello contrattuale che ridimensioni drasticamente il carattere invasivo del contratto nazionale. Questo potrà ben correlarsi all’inflazione programmata perché la sede dell’autentico negoziato per un salario ancorato a indici di produttività sarà altrove, in un altro livello esigibile, non sommato al precedente perché lo assorbe.
        Azienda e territorio potrebbero essere, in alternativa, il baricentro del nuovo modello affinché si determini una efficiente distribuzione di parte della ricchezza prodotta in termini soddisfacenti per tutti gli interessi in gioco. Nello stesso lavoro pubblico si impone ormai l’esigenza di accompagnare contratti nazionali "leggeri" con una più sostanziosa e compatibile redistribuzione di una parte delle economie prodotte nelle diverse amministrazioni e nei vari ambiti operativi.
        Questa via, molto sommariamente indicata, si pone in alternativa all’idea, da alcuni paventata in questi giorni, di un accordo diretto tra parti su una non meglio precisata "inflazione obiettivo", che il Governo dovrebbe poi acriticamente recepire
        Preoccupa di essa in primo luogo lo scostamento dalla "inflazione programmata" come se dovesse definirsi in una misura più prossima all’inflazione attesa, tesi cara — e comprensibilmente — a Fausto Bertinotti che l’ha codificata in un Disegno di legge parlamentare dedicato ad una nuova "scala mobile". Ma preoccupa, non di meno, l’ipotesi che siano le parti, e solo le parti, a decidere un termine di riferimento cui si devono uniformare molte politiche pubbliche e che ha effetti immediati sul Bilancio dello Stato.
        Preoccupa, infine, la riproposizione di un modello ancor più centralizzato che, in quanto fondato sull’accordo tra parti, tenderebbe a predeterminare gli esiti contrattuali di settori, aziende e territori straordinariamente diversificati.
        Questa tesi sarebbe insomma — davvero — una sorta di riedizione, pur riveduta e corretta, a quasi trent’anni di distanza, di un patto che oggi, con la scienza esatta del senno di poi, nessuno può rimpiangere per gli effetti negativi che si generarono sulle imprese, sui lavoratori e sullo stesso Bilancio dello Stato.
        Abbandoniamo quindi l’illusione di un nuovo "pilota automatico" ancorato a vecchie ricette fallimentari e prepariamoci tutti — parti sociali ed istituzioni — a ricercare con pazienza e determinazione insieme, le vie nuove per uno scambio intenso nel nome di un bene condiviso, quale è certamente lo sviluppo.
        Altri precedenti ci possono aiutare, dal solo punto di vista metodologico, come le intese tanto sofferte quanto efficaci del 1984 e del 1992. Ed allora, oltre a tutto, la situazione era ancora più difficile dell’attuale contingenza.