“Commenti&Analisi” Modelli rischiosi – di M.Tiraboschi

20/01/2003


Domenica 19 Gennaio 2003

PRIMA PAGINA


MODELLI RISCHIOSI


DI MICHELE TIRABOSCHI

L’ennesima battaglia sull’articolo 18 ci riporta, senza soluzione di continuità, alle parole con cui era titolato, esattamente dieci mesi fa, l’ultimo editoriale di Marco Biagi per «Il Sole-24 Ore»: «Il dado è tratto: modernizzazione o conservazione?». Deve infatti essere chiaro che, oggi come allora, l’articolo 18 c’entra poco o nulla. Il vero terreno di scontro riguarda l’adesione a un progetto di riforma complessiva del mercato del lavoro, da un lato, e la strenua difesa di assetti giuridici consolidati, dall’altro lato. Il giudizio di ammissibilità della proposta referendaria ha indubbiamente contribuito a evidenziare la debolezza di fondo delle argomentazioni di quanti hanno sino a oggi presentato l’opposizione alle proposte di riforma dell’articolo 18 alla stregua di una "battaglia dei diritti".

Modelli rischiosi da non imitare


Tutti i principali commentatori hanno subito messo in chiaro che, se davvero si trattasse di una norma a tutela di un diritto fondamentale e inviolabile del lavoratore, logica vorrebbe che si procedesse, nella direzione del referendum, a una estensione indifferenziata a favore di tutti i prestatori di lavoro. Comprensibile è dunque l’imbarazzo di coloro che dopo aver riempito le piazze, con slogan di facile presa su una opinione pubblica poco incline ai tecnicismi del diritto del lavoro, si trovano ora a dover arginare la controffensiva lanciata dall’ala più radicale e massimalista dell’opposizione. Non minori perplessità destano tuttavia i tentativi, formulati a margine della decisione della Consulta, di superare l’impasse – e l’imbarazzo – attraverso una formulazione di compromesso che consenta di vanificare il quesito referendario. Particolarmente in voga, in queste ore, sembra essere il "modello tedesco" a cui ha fatto per primo riferimento Pietro Ichino sul «Corriere della Sera» di venerdì. Un modello ritenuto da molti coerente con l’impianto tradizionale della nostra legislazione del lavoro e, comunque, particolarmente flessibile, in quanto consente al giudice di decidere, a seconda delle circostanze del caso, la reintegrazione o meno del prestatore di lavoro ingiustamente licenziato. Si possono tuttavia formulare molte obiezioni. Non tanto e non solo per l’ampia discrezionalità che viene riconosciuta al giudice, chiamato a valutare caso per caso la compatibilità della permanenza in azienda del lavoratore illegittimamente estromesso. Piuttosto, è evidente come un istituto rigido come quello della reintegrazione – che già di per sé frena la capacità del nostro sistema di tradurre in crescita occupazionale la (debole) crescita economica – sia strutturalmente incompatibile con il carattere personalistico e fiduciario del rapporto di lavoro nelle piccole e piccolissime imprese. Facile immaginare che una simile misura contribuirebbe a estendere la già consistente area del lavoro "nero" e irregolare. Peraltro, se l’obiettivo è quello di evitare un referendum volto a estendere a tutti i lavoratori subordinati l’istituto della reintegrazione, il modello tedesco dovrebbe essere adattato in forma particolarmente rigorosa – o per così dire peggiorativa – visto che in Germania non trova applicazione per le aziende con meno di cinque dipendenti. La vera perplessità è però un’altra e cioè che, al di là delle formule e dei modelli, si giunga alla ennesima soluzione pasticciata che altro effetto non avrebbe se non quello di frenare una vera riforma del mercato del lavoro. Le ricerche empiriche, confermate anche da fonti di rilevazione comunitaria, sono concordi nel segnalare che in Germania ben il 95% dei lavoratori ingiustamente licenziati riceve dal datore di lavoro un mero indennizzo economico, mentre la reintegrazione è una ipotesi nella prassi alquanto rara. Il rischio è dunque quello di importare un modello inefficace e farraginoso, con il che i nodi attualmente sollevati dall’articolo 18 sarebbero destinati ad aumentare e con essi anche le vischiosità del nostro mercato del lavoro. E questo lo sa bene lo stesso Ichino che, non a caso, è da tempo sostenitore di una proposta assai più radicale e convincente, successivamente ripresa dal disegno di legge Debenedetti del febbraio 1997, basata sulla incentivazione economica all’esodo del lavoratore ingiustamente licenziato. Con il Patto per l’Italia del 5 luglio dello scorso anno Governo e parti sociali (con la sola eccezione della Cgil) hanno definito, dopo una lunga fase di conflitto sociale, un progetto complessivo di riforma del mercato del lavoro. In merito all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori si è concordato di avviare, su base temporanea, una sperimentazione sugli effetti occupazionali dell’istituto della reintegrazione sulle imprese di dimensioni minori. È su questa strada, destinata una volta per tutte a fare chiarezza sull’impatto dell’articolo 18 sui livelli di occupazione regolare, che si deve ora continuare se si vuole davvero avviare il processo di modernizzazione del diritto del lavoro. Senza cadere nella tentazione di soluzione compromissorie che, nel risolvere apparentemente un problema contingente – il referendum -, rallenterebbero ulteriormente l’auspicato passaggio dal vecchio al nuovo.