“Commenti&Analisi” Meno tasse ma anche meno spese (B.Della Vedova)

03/12/2004

    venerdì 3 dicembre 2004

      COMMENTI E INCHIESTE pagina 8

        La diminuzione delle aliquote e della progressività dell’imposizione sui redditi personali implica il taglio dei costi pubblici che, rappresentando oggi il 50% del Pil, sono un freno allo sviluppo

          Meno tasse ma anche meno spese

            di Benedetto Della Vedova

              La discussione sui tagli fiscali non si spegne, ed è bene che sia così. Sul Sole-24 Ore di ieri, Enrico De Mita ha stigmatizzato la riduzione fiscale varata dal Governo alla stregua di un’avventura elettoralistica che spacca il Paese; perdi più in ragione di un «modesto aggiustamento delle aliquote» che, visto in relazione alla situazione complessiva, «genera solo malinconia».
              Intendiamoci, sulla esiguità di una riduzione delle imposte che vale lo 0,5% del Pil credo convengano perfino coloro che, a livello politico, per essa si sono battuti e sperano comunque di "portarla a casa". Ma appare singolare — o comunque tutt’altro che pacifico — ritenere che «quello fiscale è un profilo dell’unione del Paese, nel senso che tutti i partiti, le forze sociali, gli enti locali, ciascuno nella loro funzione, sentano la comunanza civile delle soluzioni raggiunte». Tale comunanza civile, infatti, in una democrazia liberale, si fonda sulla condivisione delle regole e del metodo decisionale, non sulle soluzioni e nemmeno sugli obiettivi di Governo. Ciò vale anche in materia fiscale; anzi, verrebbe da dire, soprattutto in materia fiscale, dove le opzioni culturali e ideologiche portano necessariamente a proposte e scelte diverse.

              Sul "più o meno tasse" — cioè "più o meno Stato" — un Paese non si spacca, ma si confronta e sceglie. È questa l’esperienza, anche recente e recentissima, di alcune delle più antiche e solide democrazie dell’Occidente. Proprio la curva delle aliquote sui redditi personali, del resto, mostra nei vari Paesi profili assai diversi e mutabili nel tempo, che riflettono l’orientamento maggioritario degli elettoricontribuenti.

              Da questo punto di vista, ciò che ha scritto il senatore ulivista Franco Debenedetti ieri sul «Corriere della Sera» suona più che convincente: «Il taglio delle tasse ha un significato politico. Enuncia una nuova visione del rapporto tra Stato e cittadini, diversa da quella corrente».

              Questo aspetto politico supera anche la diffidenza, fondata, sugli effetti che i tagli avranno sull’andamento economico nel prossimo anno. Al di là di quanto potranno giocare le aspettative (razionali o meno che siano), è infatti indubbio che non ci troviamo di fronte a una "scossa" di per sé adeguata alle difficoltà in cui versa l’economia italiana. Ma se proiettassimo anche negli anni futuri la strategia di riduzione della aliquote fiscali, estesa anche alle imprese, è fuor di dubbio che si potrebbe cominciare a intravedere un’Italia diversa.

              In gioco, alla fine, c’è il modello di sviluppo (per usare la terminologia tradizionale) del nostro Paese e il ruolo che lo Stato vi debba giocare in prima persona. La riduzione delle imposte, per essere sostenibile anche nel breve periodo, implica una riduzione delle spese. A maggior ragione in un Paese fortemente indebitato e sottoposto ai vincoli di bilancio europei (che, in fondo, altro non fanno che richiedere misure più incisive e quindi più virtuose). Se poi dovesse verificarsi quello che molti sostengono, cioè che nel medio periodo la riduzione delle imposte si autofinanzia perché produce un allargamento della base imponibile, vorrà dire che vi saranno risorse per ulteriori tagli o per un accelerato abbattimento del debito.

              Quello della riduzione delle spese è il vero nodo politico, dal momento che a una mera riduzione di imposte è difficile trovare oppositori, ed è proprio su questo terreno che si confrontano differenti opzioni (del resto, molti sostenitori del taglio delle imposte in deficit operato da George W. Bush non nascondono che si tratti di uno stratagemma per costringere in futuro a riduzioni di spesa). L’Italia, come la Francia e la Germania, ha una spesa pubblica che pesa circa il 50% del Pil. Altri Paesi, come la Gran Bretagna e la Spagna, si situano al di sotto del 40 per cento. Anche nel novero dei Paesi europei "avanzati", dunque, e non solo negli Stati Uniti, si perseguono strade decisamente diversificate in termini di ruolo e peso dello Stato.

              Al di là del fatto che proprio Spagna e Gran Bretagna sono i grandi Paesi europei che sono cresciuti di più negli ultimi anni, una spesa pubblica al 50% del Pil rappresenta un fattore di enorme rigidità del sistema. A differenza di quanto avviene nel settore privato, dove le risorse si spostano con molta maggiore rapidità da un settore all’altro, il comparto pubblico è caratterizzato da ossificazioni e carichi burocratici tali da ingessare la distribuzione delle risorse a prescindere dalle reali necessità e dall’efficienza. Da questo punto di vista un settore pubblico ipertrofico — anche quando caratterizzato da livelli di efficienza accettabili — appare in contrasto con le dinamiche economiche dei mercati globalizzati, che richiedono tempi di reazione assai più rapidi di quelli sufficienti anche solo 15 o 10 anni fa.

              Maggiore è la quota di reddito nazionale intermediato dallo Stato — inevitabilmente condizionato nei processi di allocazione della spesa da spinte localistiche e clientelari, dalle lobby sindacali, del pubblico impiego, delle categorie professionali ed economiche in genere — minore sarà la reattività.

              Un ultimo tema da affrontare è quello connesso alla funzione redistributiva della spesa pubblica che sarebbe all’origine della "equità" di un prelievo fortemente progressivo. La giustificazione di una struttura di aliquote che penalizzi i "più ricchi" starebbe nella necessità di correggere fortemente una ineguaglianza del reddito generata non dal merito ma dalla "fortuna" o, peggio, da qualche tipo di favoritismo. È probabile che in Italia questo in parte accada, ma sarebbe molto meglio puntare alla creazione di un level playing field attraverso provvedimenti di liberalizzazione e di abbattimento delle rendite di posizione, piuttosto che penalizzare la produzione di reddito e incentivare l’evasione con aliquote eccessive (anche a questo è chiamato un Governo che punti a una riduzione del carico fiscale in chiave liberale). Del resto il mito della progressività è crollato anche nei Paesi scandinavi, nel momento in cui il pragmatismo ha prevalso sull’ideologia. Quanto alla spesa sociale e al contrasto delle situazioni di povertà, non vi è ragione di ritenere che uno Stato "dimagrito" fino al 35-40% del Pil non avrebbe più risorse da destinare a una efficiente rete di protezione sociale che non mortifichi le potenzialità delle persone e sia da stimolo continuo alla "rimessa in corsa" di quanti si trovassero per qualsiasi motivo in una fase di difficoltà. Ciò che è certo, ad esempio, è che la spesa sociale così com’è distribuita oggi in Italia incide sulla povertà molto meno di quella nel Regno Unito.

                In definitiva, dunque, la scelta di ridurre le aliquote e la progressività dell’imposizione sui redditi personali costituisce una precisa prospettiva di riduzione del peso dello Stato e di allargamento della sfera della libertà e della responsabilità individuale. Al di là del fatto che ciò sia auspicabile o meno, si tratta di una decisone nella piena "disponibilità" della politica e, in definitiva, degli elettori. Anzi, nell’attuale contesto internazionale caratterizzato, come sappiamo, da una competizione accesissima, mettere in discussione anche il ruolo e la dimensione del prelievo fiscale e della spesa pubblica e confrontarsi su questo senza difese preconcette dell’esistente, pare quanto mai opportuno.